venerdì, 19 giugno 2009

Raccontino... ino... ino... ino!

E' tanto che non scrivo niente.




Così (giusto per riprendere i contatti) posto questo brevissimo scritto che mi auguro non faccia cadere nessuno in depressione.




Lo pubblico con un po' di tenerezza perchè l'ho trovato abbandonato (e non senza giusta causa!)da almeno tre o quattro lustri in fondo a un cassettino... ino... ino... ino! 




Spero nessuno me ne vorrà!




 




Morte nel pomeriggio






Mascia e Linka se ne stanno al tavolino del bar da almeno cinque minuti a gustarsi il fondo zuccherino rimasto nelle tazzine di caffè.




- Linka, per caso hai letto Il Signore delle mosche di William Golding?




- Non ancora, pourquoi? Ne vale la pena?




- Dipende. A dire il vero, quell’inglese mi sembra un opportunista buono solo a farsi bello con le penne altrui…




- Vraiment? Non credo di avere ben capito il concetto… no, cara, non affannarti a spiegarmelo, fa lo stesso, sono sicura che sopravvivrò comunque. Mica possiamo essere tutte intellettuali come te. Lo sai che preferisco lo sport alla lettura. Non so cosa darei per fare un po’ di sci nautico, se non fosse per il mio terrore dell’acqua… per fortuna mi rifaccio nella discesa libera.




- Ho capito, Linka, sei la solita ignorante, con te si può parlare solo di spazzatura.




Prendono un altro po’ di zucchero dalla tazzina. Mascia assume un’espressione tra il languido e il rapito.




     - Uhmmm, tesoro, assaggia un po’ questo!




     -  Perché dovrei, Mascia chérie? Ha forse qualcosa di speciale che il mio non ha? In fondo si tratta solo di sucre sciolto nel caffè…




    - Ti sbagli, gioia, questo doveva essere un caffè boliviano a lenta tostatura addolcito con puro zucchero di canna.




    - Come no, quella che ti sei fumata poco fa, mon petit chou.




Continuando a gustare quel nettare prelibato, Linka sghignazza con antipatica soddisfazione verso Mascia che invece è visibilmente contrariata.




-   Attenta, Linka, smetti di ciambellare così in quella tazzina, il gioco che stai facendo è pericoloso, lo sai. Potresti finire per restarci per sempre a questo tavolo. Di questi tempi la gente si spazientisce facilmente, va a finire che prima o poi t’imbatti proprio col tipo che magari ha preso troppi caffè e vuole sfogare il suo nervosismo sulla prima che gli capita a tiro.




-   Ma sentitela, mi scoccia tutto il giorno, è sempre lì a farmi le prediche, non mi lascia respirare, ça m’étouffe. Io voglio vivere la mia vita come mi pare, lunga o breve che sia, senza stare sempre a pensare al peggio. E invece lo sai cosa mi succede a ogni passo? Mi trovo davanti te, la grande Mascia, la sconocchiata del paese.




-  Ah si? Allora Linka sai che ti dico?




-  No.




-  Vaffa!




- Merci. Ma per favore adesso vai a delirare da un’altra parte!




Mascia si allontana profondamente amareggiata. Certo che avere una sorella del genere non porta nessun vantaggio. Ti restano solo le responsabilità e le rogne. Soddisfazioni nisba. Delusa, va ad appoggiarsi su un muretto e rimane ad osservare con aria torva quella maleducata scimunita di sua sorella. “Ma guardatela, la sporcacciona, tutta appiccicosa di zucchero e smancerie. Ingorda!”




In quel momento dal bar esce Piconzo, due metri di lardo e stupidità. Avrà buttato giù almeno una decina di caffè corretti, si vede che è alterato e che si guarda intorno come se cercasse qualcuno con cui prendersela. Posa il suo sguardo imbufalito su quella sventata di Linka che, come se niente fosse, continua a trastullarsi con lo sciroppo al caffè. Il bruto d’improvviso si ferma, piega in quattro la gazzetta dello sport e… sbemmmm! con un gesto deciso e fulmineo spalma Linka sul tavolino. Poi se ne va come se niente fosse, lo stronzo!




Mascia si volta per non guardare, poi prende il volo e va a posarsi sul tavolinetto del bar dove giace quel che resta di Linka. Con gli occhi pieni di lacrime e la voce strozzata, le grida:




- Cretina, te l’avevo detto!

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categorie: parole, vita, tristezza, scrittura, umorismo, sorpresa
mercoledì, 29 aprile 2009

Shakespeare, questo illustre sconosciuto!

AVVISO AI NAVIGANTI!


Tutti coloro che sono appassionati di Shakespeare (o di chiunque si celi sotto questo nome), che amano il brivido leggero che si prova a disquisire su un mistero che ha attraversato indenne i secoli, che apprezzano la scrittura del siciliano Domenico Seminerio (vi ricordate? Ve ne ho già parlato!) e che non vogliono perdere l'occasione di poter fare una domanda allo scrittore, sono invitati a dare un'occhiata qui, ovvero sul blog di Massimo Maugeri, dove la discussione al momento ferve.


Buona Lettura!


P.S.: Siccome, combinazione, sto leggendo proprio "Il manoscritto di Shakespeare", ossia l'ultimo romanzo di Seminerio, mi riservo di scrivere due righe in proposito.


postato da: giadanila alle ore 16:38 | link | commenti (4)
categorie: libri, letture, sicilia, scrittura, mistero, domenico seminerio
sabato, 11 aprile 2009

è uno di quei giorni così




È uno di quei giorni in cui non hai energie, quando tutto ti sembra impregnato dello stesso grigio del cielo, un giorno senza entusiasmi, senza sfumature, senza voglia di fare o di non fare, un giorno da disfare, da cambiare, da reindirizzare. Un giorno buono solo per prendere in considerazione, a una a una, tutte le cose che non vanno dentro e fuori di te. Ma poi non è nemmeno questo. Non so come trovare le parole.


Ma poi mi chiedo: a che pro cercare le parole giuste quando, prima di noi, qualcuno ha saputo esprimere straordinariamente questo malessere sottile che inquina l'anima e sembra scioglie nella trasparenza dell'acqua?


Parlo di una bellissima poesia di un grande poeta francese.


Riporto il testo originale perché questa cosa di cui sto parlando mi impedisce di tradurla in italiano


Comunque la poesia recita pressappoco così: «Piange il mio cuore come piove sulla città!»








Il pleure dans mon cœur





Il pleure dans mon cœur

Comme il pleut sur la ville;

Quelle est cette la
ngueur

Qui pénètre mon cœur ?





O bruit doux de la pluie

Par terre et sur les toits !

Pour un cœur qui s'ennuie

O le chant de la pluie !





Il pleure sans raison

Dans ce cœur qui s'écœure.

Quoi ! nulle trahison ? ...

Ce deuil est sans raison.





C'est bien la pire peine

De ne savoir pourquoi

Sans amour et sans haine

Mon cœur a tant de peine!





(Paul Verlaine)








Un saluto speciale e un bacio a Lilla che mi aspetta sempre, anche quando non arrivo mai.




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categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, riflessioni, vita, malinconia, tristezza, emozioni
mercoledì, 25 febbraio 2009

Ed ecco il raccontino surreale!

Pomeriggio di febbraio


 


 


Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.


 


Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.


 


Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.


 


Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.


 


Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.


 


L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.


 


Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…


 


Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette. 


 


Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.


 


Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.


 


Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.


 


Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.


 


La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.


 


Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.


 


Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.


 


La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.


 


Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.


 


Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.


 


Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.


 


Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.


 


In silenzio.


 


Di nuovo insieme.


 


Sorridendo di triste sollievo.


 

domenica, 22 febbraio 2009

Foto della domenica

 




Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...




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mare aperto




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e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola




 .




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Pomeriggio di febbraio




 


... à la prochaine

 


domenica, 01 febbraio 2009

Passione e ragione

 

Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.

Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.

Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.

E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...

.

 

 mare in tempesta

 

E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.

Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.

Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…

 dopo la tempesta

...

...

… il fiume dovrà sempre finire nel mare.

 

postato da: giadanila alle ore 09:49 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, natura, vita, foto, sicilia, emozioni, magia, foto mie, metafore, maredinverno
lunedì, 05 gennaio 2009

Cessate il fuoco!

In questo preciso momento non mi importa chi ha cominciato, chi ha risposto, chi ha raddoppiato la violenza e chi l'ha decuplicata!

In questo momento l'emergenza è un'altra e l'unica cosa che mi sento di gridare a pieni polmoni è: BASTAAAAAAAAAAA!

C'è nessuno nei corridoi fastosi del palazzo? Ehi, dico a voi.

Fate qualcosa, non state là a fare solo tappezzeria!  Ditegli di SMETTEREEEEEEE!

Subito, senza se e senza ma, ADESSO!

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categorie: politica, guerra, muri
giovedì, 25 dicembre 2008

Buon Natale a tutto il mondo

natale 2008

Un felice Natale a tutti, ma proprio tutti, e in particolare agli amici di questo piccolissimo blog.

Che il 2009 vi porti quanto di più bello possa desiderare il vostro cuore.

Mi piace postare questa foto personale, per condividere con voi un ricordo che mi ha suscitato nonostante (o, forse, proprio per)  la sua evidente imperfezione: il ricordo del Natale della mia infanzia, un Natale semplice, con pochi regali, senza fronzoli e acquisti sfrenati, che sapeva offrimi il dono di sperimentare lo stupore e il mistero di quella festa intima, facendomi viaggiare nel tempo e nello spazio sulle ali di uno scintillio intermittente nel buio, mentre la stanza  e tutto quello che mi circondava spariva e riappariva come per magia.

E in quel buio e in quella luce, poteva starci qualsiasi cosa...

Magico Natale a tutto il mondo! 

postato da: giadanila alle ore 09:41 | link | commenti (9)
categorie: ricordi, foto, amici, emozioni, magia, foto mie, natale, notte, mistero
mercoledì, 03 dicembre 2008

Di sette tigri verdi

Ho visto per l’ennesima volta “Il postino”, il toccante film tratto dal romanzo di Antonio Skármeta, mirabilmente interpretato da Massimo Troisi e da un credibilissimo Philippe Noiret nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda.

La morte improvvisa e prematura di Troisi, avvenuta a sole dodici ore dalla fine delle riprese, ha ispessito quel leggero velo di malinconia che aleggia sulla vicenda raccontata dal film, che pure si svolge nello scenario di scintillante bellezza di un’isola mediterranea librata tra mare e cielo e avvolta nell’abbraccio del sole.

Questa morte, dicevo, contribuisce a posteriori ad aumentare l’impatto emotivo del film e a moltiplicarne le potenzialità empatiche, come se, con un solo gesto, rinvigorisse le luci e le ombre sia del paesaggio anfrattuoso che del palcoscenico interiore dei personaggi.

La storia è semplice e bella perché il pudore con cui sono trattati i sentimenti più veri del protagonista non si spinge fino al punto da mistificarli, anzi li fa schiudere radiosi verso un avvenire illuminato dalla scoperta della poesia e del suo potere di arrivare al vero saltando a piè pari l’ovvio, il consueto, il banale.

Riguardando il film, non ho potuto fare a meno di essere incantata ancora una volta dalla straordinaria bellezza dei versi di Neruda, tratti dalla sua “Ode al mare”, che nel film il poeta recita all’umile postino desideroso di scoprire cosa sia una metafora (più giù, riporto i versi che ho ripescato nella “fantastiliosa” rete).

Vi invito a fare un esperimento, che faccio anch’io con grande piacere, vale a dire a leggere i versi che seguono ad alta voce, seguendo il loro ritmo. I versi più brevi faranno accelerare il ritmo in modo tale a “riprodurre” il respiro e il movimento del mare (ah, quelle sette tigri verdi!). Se sarete fortunati, riuscirete a percepire perfino lo sciabordio delle onde.

Qui nell’isola, il mare,
e quanto mare
esce da sé, a ogni istante,
dice di sì
dice di no
poi di no
nell’azzurro, nella spuma
nel galoppo
dice di no
poi di no
non può stare
tranquillo
- mi chiamo mare - ripete
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla
allora
con sette lingue verdi
di sette tigri verdi
di sette cani verdi
di sette mari verdi
la percorre
la bacia
la inumidisce
e si batte il petto
ripetendo il suo nome.

 

Attendo smentite o conferme.

mercoledì, 05 novembre 2008

Ragazzi, si cambia!

Edddai! Obama ce l'ha fatta!

Poco meno di due anni fa ho conosciuto Suzanne Dracius, una donna splendida, forte e determinata a difendere con le unghie e con i denti la dignità e la cultura di un vasto popolo, da sempre sottomesso, sfruttato, discriminato. Ho accennato al problema in questo post dedicato alla scomparsa di Aimé Césaire e un po' più diffusamente in questo pezzo (pag. 7).

Lo scorso anno, nel tradurre la lettera aperta che Suzanne ha dedicato al "figlio meticcio" e alla "trisavola negra", e che potete leggere qui, ho partecipato con commozione e quasi con meraviglia a un dolore e a una sofferenza lunghi secoli e mai completamente consumati e riscattati.

Adesso gioisco con lei per questa vittoria che è nello stesso tempo un trionfo, un riscatto e una grande speranza per l'avvenire del mondo intero.

Suzanne ti abbraccio, Obama in bocca al lupo!

 

 

domenica, 02 novembre 2008

"Senza re né regno" (seconda e ultima parte)

 

È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.

Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).

Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:

“Attraversammo tutta la Sicilia interna e un’infinità di paesi e di paesini, di cui non conoscevo nemmeno il nome. Altri s’intravvedevano appena, abbarbicati sulle cime e sui fianchi delle colline, rivelati dalle rade luci. (…) Di notte, con le poche luci, sembravano tante isole.”

Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:

… i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.

Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.

Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.

I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.

Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)

Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso  perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”

Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!

Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose  appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza. 

martedì, 21 ottobre 2008

Viva la cotognata!

Questo post è dedicato agli appassionati della cotognata. Si, lo so che non c’entra molto con il resto, ma siccome mi pare di aver capito che ci sono molti palati raffinati in grado di gustare la bontà di un frutto molto particolare, qual è appunto la mela cotogna, dopo averla trasformata – in verità con pochissima fatica e con ingredienti genuini - in una conserva compatta e ambrata che si può consumare anche dopo alcuni mesi dalla preparazione (sempre ammesso e non concesso che qualcuno non la faccia fuori prima!), ecco, appunto, pensavo di fare cosa gradita rivelando la mia ricetta scrupolosamente fedele ai dettami della tradizione siciliana anche se riveduta in chiave contemporanea (vedi uso della pentola a pressione). E siccome dispongo per l’appunto di un cesto di questi frutti vellutati e profumatissimi, mi sento doppiamente ispirata.

 

La cotognata

 

Dunque, occorre lavare le mele cotogne (vi raccomando quelle etnee!), tagliarle a metà senza privarle del torsolo, metterle in una pentola a pressione insieme a un paio di limoni freschi (non trattati) tagliati a metà e coprire il tutto con acqua fredda (attenzione a non riempire la pentola a pressione oltre il livello di guardia). Bastano venti minuti circa di pressione per ottenere la giusta consistenza della frutta che, da dura e un po’ allappante che era, sarà nel frattempo diventata tenera alla forchetta. A questo punto la frutta cotta e sgocciolata deve essere liberata dal torsolo e passata al setaccio fino ad ottenere una crema consistente. Dopo avere pesato la passata vi si dovrà aggiungere dello zucchero (600 gr. di zucchero per ogni chilo di frutta passata). La cottura a fuoco moderato vi regalerà una confettura di straordinario profumo e colore che potrete versare in formelle di terracotta e che si potrà sformare quando sarà abbastanza asciutta da consentirvelo.

 

La marmellata di mele cotogne

 

Un’alternativa pratica alla cotognata dura è quella di diluire la passata di frutta con un po’ del succo di cottura: questo vi permetterà di ottenere una marmellata della consistenza desiderata che potrete mettere in barattolo e che diventerà la regina delle vostre colazioni invernali.

Provare per credere.  

 

 

postato da: giadanila alle ore 17:55 | link | commenti (11)
categorie: natura, sicilia, etna, cucina siciliana, voglia di raffinatezze
venerdì, 17 ottobre 2008

Micio permaloso e mare luminoso

Si, si, lo so, ero rimasta a Domenico Seminerio, ma ne parliamo un'altra volta, eh? Intanto volevo aggiungere due cose:

n. 1) mi sembra doveroso mostrarvi com'è cresciuto Pamuk (leggasi "il mio splendido micio" ) e lo voglio fare con una foto che lo ritrae in una posa inedita. Ecco in prima visione assoluta  "Pamuk arrabbiato"

Pamuk arrabbiato

n. 2) vorrei poi un parere spassionato su questa domanda che mi sono fatta ieri: è possibile trovare la forza di andarsene tranquillamente e doverosamente al proprio (per fortuna bellissimo) lavoro, nel caso in cui lungo la strada che si percorre abitualmente ci si dovesse imbattere in tutto questo?

mare d'incanto

 

postato da: giadanila alle ore 10:47 | link | commenti (6)
categorie: natura, gatti, amici, sicilia, emozioni, magia, foto mie, catania, maredautunno
domenica, 21 settembre 2008

Allo sbando!

Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.

Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.

La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi  bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.

Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon,  anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con  la matematica e fatti furbo…

Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.

E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.

giovedì, 04 settembre 2008

Ti lascio il meglio di me

Dall’ultimo post sono passate ben due settimane. È evidente che non sono molto affidabile. E già che ci sono allora mi rimangio anche la promessa di parlare del libro n. 1 (vedi post precedente). Anzi no, due cosette le dico lo stesso. Innanzitutto il titolo: si tratta di Ti lascio il meglio di me di Giancarlo Marinelli (Bompiani). Un romanzo piuttosto atipico. Parte in sordina, seppure con le ambiguità a cui avevo accennato. Poi inizia a crescere in modo non sempre logico, non sempre lineare, non sempre rassicurante, anzi sembra affastellare trame, personaggi, ricordi e paure con un ritmo che diventa sempre più serrato e assordante. Insomma, decidi che te lo devi leggere alla svelta semplicemente perché vuoi a tutti i costi fare svaporare quella caligine densa e un po’ patologica che non si sa bene cosa nasconda (è ovvio che anche stavolta non vi dirò che cosa nasconda, eccetera eccetera). Per farla breve, il libro diventa qualcosa di strano tra le tue mani e sarai più volte tentato di classificarlo, senza mai riuscirci del tutto. Ma un altro aspetto sorprendente è anche la bellezza, che definirei poetica, di certi passaggi e di certe descrizioni. Mi chiederete: “ e perché sorprendente?” No, aspettate, il prodigio non sta tutto o tanto nella profondità dell’espressione poetica del Marinelli, quanto nel fatto che, misurando la banalità (per non dire l’ingenuità) di parecchi dei dialoghi che affliggono il testo, non ti aspetti certo che d’improvviso la scrittura inizi a levitare. Invece questo succede abbastanza spesso e rappresenta un altro buon motivo per leggere questo romanzo. Detto quanto sopra, vorrei aggiungere un altro particolare. Si, lo so che non è molto professionale, ma lo dico lo stesso: a me ‘sto Marinelli mi sta un po’ antipatico (ho anch’io le mie fonti!). Però se è riuscito a scrivere questo libro alla sua ancora tenera età, avrà pure il diritto di tirarsela un po’. O no?
postato da: giadanila alle ore 18:47 | link | commenti (13)
categorie: libri, letture, scrittura, giancarlo marinelli
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