venerdì, 17 ottobre 2008

Micio permaloso e mare luminoso

Si, si, lo so, ero rimasta a Domenico Seminerio, ma ne parliamo un'altra volta, eh? Intanto volevo aggiungere due cose:

n. 1) mi sembra doveroso mostrarvi com'è cresciuto Pamuk (leggasi "il mio splendido micio" ) e lo voglio fare con una foto che lo ritrae in una posa inedita. Ecco in prima visione assoluta  "Pamuk arrabbiato"

Pamuk arrabbiato

n. 2) vorrei poi un parere spassionato su questa domanda che mi sono fatta ieri: è possibile trovare la forza di andarsene tranquillamente e doverosamente al proprio (per fortuna bellissimo) lavoro, nel caso in cui lungo la strada che si percorre abitualmente ci si dovesse imbattere in tutto questo?

mare d'incanto

 

postato da: giadanila alle ore 10:47 | link | commenti (6)
categorie: natura, gatti, amici, sicilia, emozioni, magia, foto mie, catania, maredautunno
domenica, 21 settembre 2008

Allo sbando!

Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.

Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.

La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi  bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.

Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon,  anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con  la matematica e fatti furbo…

Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.

E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.

mercoledì, 25 giugno 2008

Sua Altezza il Cotogno Verde

 

 

Oggi sono andata in campagna. A circa 700 m. sul livello del mare, in mezzo a un vigneto, che ormai è quasi un oliveto, c’è un piccolo albero di melo cotogno. Mi ha colpito la bellezza dei frutti tondi e ricoperti da una lanugine argentata, perfetti nella loro acerba bellezza, circondati dalle larghe foglie carnose, racchiuse quasi a formare un manto regale, e sormontati dal loro prezioso diadema .

Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.

 

 cotogno verde

 

 

Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.

Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.

La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.

 

Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini

 

 

Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita


Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno


Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......

postato da: giadanila alle ore 15:40 | link | commenti (9)
categorie: parole, natura, poesie, poesia, foto, sicilia, foto mie, catania, cucina siciliana
venerdì, 04 aprile 2008

La Signoria del Sogno

miraggio

Mi ricordo bene di quella mattina, filavamo su due ruote per stradine di campagna odorose di erbe seccate dal solleone e punteggiate dal frinire delle cicale. Ma ad ogni curva ci sorprendeva l’alito fresco che spirava dai costoni folti di querce e castagni e la loro ombra mobile ci accarezzava il viso e le braccia, ci abbacinava con il suo buio misterioso e amico. Nell’intenso polverio di luce tutto ciò che era tenero e indifeso e vivo ardeva fino a consumarsi, fino a diventare una chiara parvenza di se stesso.

Ma alla quart’ultima curva qualcosa era successo. Il corpo delle pietre, della polvere, dei muri, degli alberi, il corpo di tutte le cose era ormai saturo di quella luce incandescente che, non più assorbita, veniva respinta e restituita al suo artefice. E così nel punto di incontro tra i raggi solari più intensi e il loro riflesso che tornava indietro era sorto il miraggio. Un grumo informe di terra aveva cominciato a crescere, a lievitare nell’aria liquida, nella magica circonferenza tracciata dai muri. Poi la materia aveva ceduto alla spinta della forma ed era apparso lui: il Paese Imperscrutabile, il Regno del Silenzio e dell’Assenza, la Patria dei Rigettati, il Nido del Ricordo, la Repubblica dell’Idea, la Signoria del Sogno.

 

domenica, 02 marzo 2008

Un curioso esperimento

etna vista da taormina

Non si può essere tristi quando la natura è così generosa da offrirti questo: una visione di sogno in cui natura e fantasia sono la stessa cosa.

Vada allora per la fantasia, mi va di raccontare un esperimento curioso che ho fatto tempo fa (e che ripeto sempre appena ne ho l'occasione).

Dunque, provate a prendere un treno  Catania - Messina nelle prime ore del giorno (va bene anche verso le otto) in un mattino invernale sereno e senza nuvole. E' bene che sia mattino perchè la luce particolare rende tutto molto più poetico ed è importante che il treno si fermi alla stazione di Taormina. Adesso concentratevi perchè sta per ripartire in direzione Messina. Nel frattempo avrete avuto l'accortezza di sedervi accanto al finestrino lato est (non potete sbagliare, c'è il mare!) con le spalle rivolte al senso di marcia. Lo so che molte persone non riescono a sopportare questa posizione, ma bastano davvero pochi minuti poi potrete scegliervi un altro posto. Allora, dicevo, ponete la massima attenzione a quello che vedete guardando verso Catania, senza farvi distrarre dall'incantevole distesa del mare. Sissignori, dovete guardare un po' più in su e un po' più in là e mantenere l'attenzione mentre il treno si rimette in marcia.

La cosa succede pochi secondi prima che il treno entri nella galleria (attenti perchè a questo punto non c'è più niente da fare!).

Quale cosa? direte. Ve lo dico subito, il paesaggio si trasforma improvvisamente in un teatro vivente: infatti, da dietro le verdi pendici montuose e collinose che sovrastano la superficie marina, spunta rapidamente, diventanto subito grande e imponente, lui, il protagonista, ovvero il vulcano Etna ammantato di neve. In modo "magico" infatti i rilievi più in basso sembrano sfilare lateralmente per fare uscire alla ribalta la stella di prima grandezza, con un sorprendente effetto di quinte in movimento.

Credetemi, ho provato a ritrovare questa magia in altri punti della tratta ferroviaria (e anche di quella stradale) ma senza riuscirci. Credo che questa illusione sia il frutto di una concomitanza di favorevoli circostanze, come la velocità ridotta eppure crescente del treno che riparte dalla stazione, la curva che la ferrovia descrive prima della galleria, la posizione della ferrovia a pochi metri dal mare,...

Provare per credere.

mercoledì, 06 febbraio 2008

La festa di Sant'Agata a Catania, c'ero anch'io

santagata

 

 

Appartengo a quel milione di persone che ieri pomeriggio ha partecipato alla  Festa di Sant'Agata a Catania. Uno spettacolo incredibile che anno dopo anno fonde fede, passione e sentimento nelle forme più teatrali e parossistiche. Quello che mi colpisce ogni volta che assisto a uno spettacolo del genere è il concetto di quantità. Mi spiego meglio:

 

1) una massa inimmaginabile di cera, la cera gialla e duttile degli enormi ceri, pesanti anche decine e decine di chili, portati sulle spalle da giovani pieni di entusiasmo e di voglia di esserci

2) una moltitudine di “sacchi”, ovvero di abiti di devozione indossati soprattutto da giovani e bambini, consistenti in semplici tuniche bianche munite di un cordone stretto alla vita e completate da una coppola di velluto nero

3) distese di lingotti di torrone duro o morbido, bianco o scuro, accanto a enormi montagne di pasta di torrone bollente modellata su superfici di marmo con maestria e l’aiuto di larghe lame, mentre tutt’intorno si allarga un potente aroma di caramello

4) una sterminata quantità di fiori bianchi che simboleggiano la purezza della Santa e che biancheggiano sulla “vara”, sull’altare, sulle storiche candelore delle diverse corporazioni cittadine

5) un numero impressionante di drappi di velluto rosso con sopra ricamata in oro la A di Agata a sventolare a ogni finestra e balcone del palazzo di città, della curia, delle canoniche, dei palazzi nobiliari

6) una calca inverosimile di persone di ogni età e ceto sociale disposte a rimanere per ore in attesa, per lo più in piedi a gremire strade e piazze, ma anche appollaiate sulle cancellate delle chiese, sulle ringhiere, in balconi e terrazze, su cornicioni, insomma in qualsiasi luogo permetta di avere una visione d’insieme o una vista privilegiata rispetto all’uscita della Santa, mentre il vento di tramontana arrossa i nasi, arruffa le pellicce, fa lacrimare gli occhi dei bimbi e tremare le fiamme dei ceri.

 

I devoti vestiti col “sacco” spiccano come una schiera di eletti in mezzo alla folla travolgente dei fedeli e dei curiosi stretti negli scuri abiti invernali. I giovani col sacco, hanno un rapporto privilegiato con la Santa e rappresentano l’anima e il cuore della festa, ne sono i veri protagonisti: con noncuranza e sprezzo del dolore, trasportano sulle spalle, quasi correndo, enormi ceri accesi, passando in modo spericolato tra la gente assiepata la quale, nonostante la mancanza di spazio, si stringe oltre ogni limite per evitare il contatto con le fiamme guizzanti, con il fumo nero e soprattutto con le lunghe colate filamentose di cera che gocciolano con dovizia sul basolato di pietra lavica.

I ceri in genere sono troppo pesanti per l’età e la corporatura dei giovani devoti, i quali spesso, per proteggersi dalle escoriazioni, usano degli improvvisati cuscinetti che hanno la funzione di ammortizzare la frizione del cero sulle spalle.

Quando la stanchezza e l’arsura si fanno sentire e le giovani ugole sono bruciate dal continuo gridare “Tutti devoti, tutti cittadini, Viva Sant’Agata”, un gradito sollievo arriva dalle bancarelle dei venditori di cedri che espongono con arte la loro gialla e fresca mercanzia tagliata a grosse fette lungo tutta la Via Etnea, accanto ai venditori di ceci abbrustoliti e semi di zucca, di torrone, di sfinci e sfincioni.

La breve eppure lentissima processione della Santa impone a questi giovani di sopportare a lungo il sonno e la stanchezza, almeno fino a quando la Santa non sarà di nuovo al sicuro nel Duomo, cosa che avviene per lo più all’alba del 6 Febbraio, dopo giorni di intenso peregrinare per i quartieri alti e bassi della città.

E a questo punto è ancora la “quantità” che mi colpisce: si, la quantità di lacrime versate da questi giovani che, seppure stanchi e stremati, occhi arrossati e voce arrochita, soffrono all’idea di separarsi per un anno intero dalla Santa.

Sono lacrime vere, piene di stanchezza e di emozione, versate senza alcun imbarazzo. Lacrime anche inattese e per certi versi difficilmente classificabili.

 

Chiudo questo post con un auspicio, con la speranza cioè che Sant’Agata, che sicuramente non è interessata a tutta questa frenesia organizzativa fatta di ceri, processioni, candele, offerte, fiori, fuochi d’artificio e grida di popolo, accolga queste calde e giovani lacrime come pegno di un futuro migliore per la città di Catania in cui ci sia ancora spazio per la speranza e i buoni sentimenti.

  

 

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