AVVISO AI NAVIGANTI!
Tutti coloro che sono appassionati di Shakespeare (o di chiunque si celi sotto questo nome), che amano il brivido leggero che si prova a disquisire su un mistero che ha attraversato indenne i secoli, che apprezzano la scrittura del siciliano Domenico Seminerio (vi ricordate? Ve ne ho già parlato!) e che non vogliono perdere l'occasione di poter fare una domanda allo scrittore, sono invitati a dare un'occhiata qui, ovvero sul blog di Massimo Maugeri, dove la discussione al momento ferve.
Buona Lettura!
P.S.: Siccome, combinazione, sto leggendo proprio "Il manoscritto di Shakespeare", ossia l'ultimo romanzo di Seminerio, mi riservo di scrivere due righe in proposito.
È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.
Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).
Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:
“Attraversammo tutta
Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:
“ … i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.
Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.
Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.
I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.
Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)
Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”
Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!
Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza.
Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.
Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.
La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.
Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon, anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con la matematica e fatti furbo…
Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.
E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.
