Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...
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e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola
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Pomeriggio di febbraio
Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.
Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.
Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.
E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...
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E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.
Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.
Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…
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… il fiume dovrà sempre finire nel mare.
Un felice Natale a tutti, ma proprio tutti, e in particolare agli amici di questo piccolissimo blog.
Che il 2009 vi porti quanto di più bello possa desiderare il vostro cuore.
Mi piace postare questa foto personale, per condividere con voi un ricordo che mi ha suscitato nonostante (o, forse, proprio per) la sua evidente imperfezione: il ricordo del Natale della mia infanzia, un Natale semplice, con pochi regali, senza fronzoli e acquisti sfrenati, che sapeva offrimi il dono di sperimentare lo stupore e il mistero di quella festa intima, facendomi viaggiare nel tempo e nello spazio sulle ali di uno scintillio intermittente nel buio, mentre la stanza e tutto quello che mi circondava spariva e riappariva come per magia.
E in quel buio e in quella luce, poteva starci qualsiasi cosa...
Magico Natale a tutto il mondo!
Oggi sono andata in campagna. A circa
Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.
Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.
Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.
La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.
Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini
Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......
