mercoledì, 22 luglio 2009

Letture estive

Estate uguale lettura.

Ma da quanto tempo non riuscivo a leggere a ruota libera senza sentirmi in colpa? Non me ne ricordo nemmeno.


Comunque quest'estate ho deciso di scegliere i libri da leggere senza seguire un criterio preciso, se non quello del mio personale “aggradamento” e così ho attinto a piene mani alla mia scorta di libri comprati nelle occasioni più disparate: libri in edizione economica e non, libri ricevuti in prestito, libri comprati all'estero (a Parigi compro volentieri dai bouquinistes o anche dal rifornitissimo Gibert Jeune, sul boulevard Saint-Michel, dove è possibile con appena venti euro portare via una decina di libri di tutto rispetto).


Spesso i libri li compro non necessariamente con l'intenzione di leggerli subito. Mi capita anzi di prenderli più volte in mano e di non sentire alcun trasporto. In questo caso li rimetto via in attesa di un momento più propizio.


Circa un mesetto fa ho costruito dunque una bella piletta con i libri candidati a una lettura imminente, volumi che ho accatastato l'uno sull'altro nell'ordine presunto di lettura: quello più in basso dovrebbe essere l'ultimo. Ma anche in questo caso si tratta di una ordine puramente provvisorio, suscettibile di sconvolgimenti improvvisi.


Ma lasciamo il terreno delle pie intenzioni per spostarci su quello delle letture realmente fatte.


Il primo che ho letto è stato “Le crime de Sylvestre Bonnard”, il primo romanzo di Anatole France. Me l'ha venduto un bouquiniste circa sei anni fa. È un'edizione del 1896, con la copertina marmorizzata incorniciata da un dorso di tela azzurra che raccoglie oltre trecento pagine color zafferano. La carta ha i margini irregolari e odora di altri tempi. È stata un'esperienza di lettura gradevole e nuova: le impressioni ricavate nel leggere le vicissitudini di un gentiluomo di un altro secolo, erudito e generoso, forse un po' ingenuo ma dall'animo profondamente umano e scevro da gretti conformismi, erano continuamente amplificate dalla percezione olfattiva (l'odore inconfondibile della carta antica), dalla quella visiva (il colore delle pagine) e dalla sensazione tattile (la ruvidità dei fogli, l'affiorare dei cordini della legatura). E così mi sono tuffata nella Parigi di fine Ottocento con la sensazione di poter respirare l'atmosfera che doveva aleggiare sulle sue strade e nelle sue case.


Poi ho letto “Come prima delle madri” di Simona Vinci. Una rivelazione. Una scrittura densa e non artefatta, una prosa asciutta ma capace di utilizzare le parole come fossero colori sulla tavolozza di un pittore impressionista. La giovane autrice con poche parole giuste riesce quasi sempre a rievocare visivamente paesaggi e atmosfere (il bosco, la campagna, la foschia, il greto del fiume,...) al tempo della resistenza partigiana contro il regime fascista. Il libro ci offre una storia cruda che, a mio parere si inserisce perfettamente nel filone dei romanzi di formazione. Leggetelo se potete. Io, dal canto mio, mi procurerò altri libri della Vinci (e pensare che questo romanzo l'avevo comprato almeno quattro anni fa e non lo avevo letto per le ragioni che ho scritto sopra!)


Quindi è stata la volta de "La lettrice bugiarda” di Brunonia Barry. Si è trattato di un prestito da parte di mia sorella. L'ho letto in pochissimo tempo, completamente affascinata dall'ambientazione a Salem, città portuale famosa per la caccia alle streghe. Mi è sembrato perfino di sentire l'odore salino delle strade assolate mentre macinavo pagine su pagine, immedesimandomi nel dramma di una donna considerata stramba, se non addirittura pazza, a causa degli effetti devastanti prodotti sulla sua psiche dalla perdita della sorella gemella. Infine, cosa che non guasta, ho potuto godermi un finale a sorpresa davvero... sorprendente.


Inoltre la storia della “lettura del pizzo” ha suggerito a me e a mia sorella l'idea di avviare un'attività del genere nei nostri rispettivi retrobottega. Chissà che non funzioni.


Il quarto romanzo di cui vi parlo è stata un'altra maratona. Parlo de “La tredicesima storia” di Diane Setterfield, una storia che mi ha preso proprio per il suo gusto di raccontare. È una storia cruda e a tratti spettrale ambientata nel nebbioso e verde Yorkshire. Anche qui un finale a sorpresa. La giovane libraria Margaret Lea, anche lei affetta dalla sindrome “della gemella persa”, dopo avere vagato nella ricca magione della misteriosissima scrittrice Vida Winter, che l'ha nominata sua biografa ufficiale, dopo aver percorso in lungo e in largo il parco lugubre con il suo labirintico andamento sottolineato dagli enormi tassi scuri sapientemente modellati dalle cesoie di un taciturno giardiniere, dopo essersi persa nei tortuosi meandri dei terribili misteri che riguardano il passato della scrittrice e la sua particolarissima famiglia, dopo avere bevuto un numero pressoché infinito di cioccolate bollenti, perviene infine alla Verità, cioè alla misteriosa tredicesima storia. Da leggere per trasferirsi immediatamente in un mondo cupo ma affascinante.


Ieri sera, infine, ho iniziato “Stupeur et tremblements” di Amélie Nothomb, uscito in Italia con il titolo “Stupore e tremori”, un libriccino così piccolo e smilzo che neanche il tempo di aprirlo l'ho già terminato. Devo dire che non è niente di trascendentale, però mi ha strappato più di qualche risata per la situazione surreale in cui si trova la narratrice, una giovane belga con la passione per il giapponese, assunta con un contratto di un anno in un'impresa di Tokyo. Nell'azienda la giovane fa una brillante carriera al contrario, passando dall'ufficio contabilità - che mina definitivamente la sua debole autostima - ad altre mansioni meno intellettuali, come aggiornare quotidianamente i calendari dei vari uffici o servire il tè e il caffè, fino ad arrivare ad essere assegnata alla pulizia delle toilette. Gustosa l'analisi della mentalità nipponica. Da leggere per distendersi un po'.


Qualcuno forse penserà: "E adesso cosa stai leggendo?"


Nell'eventualità, rispondo: “Alla prossima”


(Ah, sono bene accetti commenti e suggerimenti di lettura).







mercoledì, 29 aprile 2009

Shakespeare, questo illustre sconosciuto!

AVVISO AI NAVIGANTI!


Tutti coloro che sono appassionati di Shakespeare (o di chiunque si celi sotto questo nome), che amano il brivido leggero che si prova a disquisire su un mistero che ha attraversato indenne i secoli, che apprezzano la scrittura del siciliano Domenico Seminerio (vi ricordate? Ve ne ho già parlato!) e che non vogliono perdere l'occasione di poter fare una domanda allo scrittore, sono invitati a dare un'occhiata qui, ovvero sul blog di Massimo Maugeri, dove la discussione al momento ferve.


Buona Lettura!


P.S.: Siccome, combinazione, sto leggendo proprio "Il manoscritto di Shakespeare", ossia l'ultimo romanzo di Seminerio, mi riservo di scrivere due righe in proposito.


postato da: giadanila alle ore 16:38 | link | commenti (4)
categorie: libri, letture, sicilia, scrittura, mistero, domenico seminerio
domenica, 02 novembre 2008

"Senza re né regno" (seconda e ultima parte)

 

È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.

Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).

Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:

“Attraversammo tutta la Sicilia interna e un’infinità di paesi e di paesini, di cui non conoscevo nemmeno il nome. Altri s’intravvedevano appena, abbarbicati sulle cime e sui fianchi delle colline, rivelati dalle rade luci. (…) Di notte, con le poche luci, sembravano tante isole.”

Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:

… i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.

Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.

Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.

I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.

Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)

Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso  perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”

Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!

Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose  appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza. 

domenica, 21 settembre 2008

Allo sbando!

Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.

Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.

La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi  bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.

Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon,  anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con  la matematica e fatti furbo…

Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.

E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.

giovedì, 04 settembre 2008

Ti lascio il meglio di me

Dall’ultimo post sono passate ben due settimane. È evidente che non sono molto affidabile. E già che ci sono allora mi rimangio anche la promessa di parlare del libro n. 1 (vedi post precedente). Anzi no, due cosette le dico lo stesso. Innanzitutto il titolo: si tratta di Ti lascio il meglio di me di Giancarlo Marinelli (Bompiani). Un romanzo piuttosto atipico. Parte in sordina, seppure con le ambiguità a cui avevo accennato. Poi inizia a crescere in modo non sempre logico, non sempre lineare, non sempre rassicurante, anzi sembra affastellare trame, personaggi, ricordi e paure con un ritmo che diventa sempre più serrato e assordante. Insomma, decidi che te lo devi leggere alla svelta semplicemente perché vuoi a tutti i costi fare svaporare quella caligine densa e un po’ patologica che non si sa bene cosa nasconda (è ovvio che anche stavolta non vi dirò che cosa nasconda, eccetera eccetera). Per farla breve, il libro diventa qualcosa di strano tra le tue mani e sarai più volte tentato di classificarlo, senza mai riuscirci del tutto. Ma un altro aspetto sorprendente è anche la bellezza, che definirei poetica, di certi passaggi e di certe descrizioni. Mi chiederete: “ e perché sorprendente?” No, aspettate, il prodigio non sta tutto o tanto nella profondità dell’espressione poetica del Marinelli, quanto nel fatto che, misurando la banalità (per non dire l’ingenuità) di parecchi dei dialoghi che affliggono il testo, non ti aspetti certo che d’improvviso la scrittura inizi a levitare. Invece questo succede abbastanza spesso e rappresenta un altro buon motivo per leggere questo romanzo. Detto quanto sopra, vorrei aggiungere un altro particolare. Si, lo so che non è molto professionale, ma lo dico lo stesso: a me ‘sto Marinelli mi sta un po’ antipatico (ho anch’io le mie fonti!). Però se è riuscito a scrivere questo libro alla sua ancora tenera età, avrà pure il diritto di tirarsela un po’. O no?
postato da: giadanila alle ore 18:47 | link | commenti (13)
categorie: libri, letture, scrittura, giancarlo marinelli
giovedì, 21 agosto 2008

La solitudine dei numeri primi

 

Eccomi di nuovo. Le vacanze volgono impietosamente al termine. Il viaggio nella fascinosa terra dei magiari ormai appartiene al passato (magari ne parlerò in un altro momento). Adesso preferisco accennare brevemente alle mie due ultime letture estive, il romanzo n. 1 e il romanzo n. 2.

Il primo testo di cui vorrei dire due cosette è naturalmente il romanzo n. 2, cioè  “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Dico “naturalmente” perché avevo deciso di leggere subito questo libro non appena sono stata colpita dal titolo come da una folgorazione (perché invece parlo prima del romanzo n. 2 si capirà dal seguito). È ovvio che quando il titolo di un libro ti folgora, il romanzo vero e proprio farà fatica a rimanere all’altezza della promessa. È quello che succede (a mio parere) con questo romanzo fresco fresco di stampa che mi è stato regalato da una dolcissima fanciulla di nome Vera (ah, queste mamme viziate!). Comunque la scrittura di questo giovanissimo scrittore esordiente (insignito per l’occasione dall’ambitissimo premio Strega) ha pure i suoi pregi: la storia non è banale, anzi mette in campo due sfigatissimi ma interessanti personaggi, Alice e Mattia, e le vicende delle loro vite che li hanno marchiati a fuoco (per sempre? no, scusate, ma questo non ve lo dico, leggetevi il libro e poi magari ne riparliamo) e ce li fa seguire per un arco temporale abbastanza lungo, facciamo ben oltre la soglia dell’età adulta. La scrittura è piana e agevole e fa si che il romanzo lo si beva come un bicchier d’acqua. E così io ho fatto. Non credo di aver sprecato il mio tempo, anche se forse avrei potuto spenderlo un po’ meglio.

Passiamo avanti. L’altro romanzo, il n. 1, l’ho un po’ maltrattato, intendo sul piano morale. Ne avevo già letto, infatti, una quarantina di pagine quando è atterrata sul mio comodino la folgore di cui sopra, cioè il n. 2. Sarà perché il titolo folgorante, come spiegavo prima, non mi lasciava alternative, sarà perché le prime quaranta pagine del romanzo n. 1 che avevo letto mi avevano un po’ sconcertata per una sottile e non meglio precisata ambiguità con cui era trattato un sentimento sacrosanto quale l’amore tra un genitore e un figlio, insomma, per farla breve, ho deciso di tradire questa lettura ancora in fase embrionale, di abbandonarla al suo destino, forse in modo definitivo e inappellabile.

Ma due giorni dopo sono arrivata alla parola fine impressa nell’ultima pagina del libro n. 2. Forse proprio la (parziale) delusione mi ha spinta a ritentare con il romanzo n. 1. Dovevo dargli un’altra possibilità, se non altro perché la persona che me lo ha consigliato (e prestato) gode della mia fiducia più incondizionata (e non c’entra niente il fatto che sia mia sorella): magari si trattava del solito sbarramento delle prime cinquanta/cento pagine allappanti che servono a depistare i non eletti. Infatti, è andata proprio così.

Va bene, va bene. Adesso dico il titolo. Però prima voglio dire un’altra cosa… Oh, no. Devo andare. Mi sa che continuerò domani. O dopodomani.

postato da: giadanila alle ore 17:11 | link | commenti (9)
categorie: libri, vita, letture, scrittura, paolo giordano
martedì, 10 giugno 2008

La ragazzina di Ingolstadt e il suo personale Purgatorio

Siamo in Germania, nella gretta e grigia provincia bavarese di inizio Novecento, e più precisamente nella cittadina di Ingolstadt. Ci sono tanti grandi palazzi, dimore austere e salde, che portano inscritti nella loro mesta architettura i rigidi comandamenti sociali: obbedienza, osservanza cieca dei precetti morali e religiosi, conformismo borghese, rifiuto della diversità. Naturalmente tra le pieghe della norma si annidano con grande facilità sentimenti come la superstizione e la bigotteria.

Come viene su una ragazzina che vive sulla propria pelle, giorno dopo giorno, l’esperienza della coercizione, della delazione, dell’insopportabile peso della morale comune che tutto analizza, giudica e condanna? Io credo che debba crescere e diventare adulta portandosi il riflesso di quel grigio nello sguardo e la triste arrendevolezza di chi capisce che la vera vita non è quella, eppure sa non c’è via di scampo o forse piuttosto non osa ribellarsi.

Quella ragazzina dallo sguardo dolce e triste si chiama Marieluise Fleisser. La scrittura l’ha aiutata a sopravvivere nel suo mondo plumbeo fatto di rigore, ottusità e ipocrisia.

Qualcuno ha letto il testo teatrale Purgatorio ad Ingolstadt, titolo originale: Fegefeuer in Ingolstadt? Forse no, ma si può sempre rimediare. Non è di amenissima lettura, lo so, ma ha qualcosa di speciale e poi è così breve che non richiede un eccessivo impegno. All’epoca lessi il testo in lingua originale per motivi di studio, lo tradussi in italiano e successivamente ebbi modo di leggere una bella traduzione di Umberto Gandini. Oggi è possibile leggere questo testo nella traduzione di Teodoro Scamardi (non so se sarà facile reperirlo, io ne ho trovato traccia in rete), studioso che si è occupato più volte di Marieluise.

Di questo dramma, a distanza di vent’anni, ricordo ancora l’atmosfera opprimente e l’angosciante sensazione di non avere alternative. Non succede niente di veramente tragico in questa storia tedesca di primo Novecento. Il senso di oppressione nasce dalla verità del testo, una verità mai pronunciata, ma che si desume dall’insieme delle battute dei personaggi. Quello che più mi ha colpito di questa scrittura teatrale è il linguaggio che qui non svolge la sua funzione propria, vale a dire quella di comunicare, ma fa esattamente il contrario, cioè erige barriere invalicabili tra le persone, soffocando sul nascere ogni slancio generoso e ogni ideale. Questo linguaggio rivela a ogni passo che l’unico imperativo che l’individuo rispetta è dettato dal Rudelgesetz, cioè dalla legge del branco, che diventa assoluta anche se va in una direzione opposta agli interessi di chi vi si assoggetta.

E così succede che due persone, i giovani Olga e Roelle, per ragioni diverse ma entrambe inerenti alla sfera del pregiudizio, si trovano emarginate e addirittura messe al bando. Queste due persone potrebbero avvicinarsi, sostenersi e comprendersi meglio di chiunque altro, potrebbero manifestarsi una reciproca solidarietà. Invece, paradossalmente, si ritrovano l’una contro l’altra perché ciascuna di esse, in ossequio alla legge del branco, vede il suo “compagno di sventura” come un estraneo da allontanare e isolare. Questa ulteriore mancanza di pietà non è che un disperato tentativo di essere riconosciuti dal branco e di appartenervi, di essere accomunati al gruppo anche solo dal disprezzo verso una creatura fragile e indifesa al pari del proprio io.

Riuscite a immaginare qualcosa di più crudele?

Eppure vi assicuro che è proprio quello che succede nella nostra società a tutti i livelli. I libri dunque, anche quelli che potrebbero parere datati, possiedono la straordinaria capacità di farci conoscere noi stessi e quanto di profondamente radicato esiste nella natura dell’uomo. E naturalmente di farci riflettere.

E scusate se è poco?

 

P.S.: una precisazione per amore di verità: al giorno d’oggi, per fortuna, Ingolstadt è una bellissima città dell’accogliente Baviera, una città piena di fiori e di zone pedonali che rendono gradevolissima una passeggiata per le belle strade lastricate del centro.

martedì, 08 gennaio 2008

"Mare delle verità" (letture)

Di Andrea De Carlo avevo letto qualche tempo fa Giro di vento, romanzo che mi aveva piacevolmente colpita: una trama esile ma densa di dinamiche psicologiche finemente osservate e messe a nudo, con una scrittura asciutta, pronta a catturare ogni minima oscillazione dei pensieri e dei movimenti del cuore.

Fondatamente speranzosa, dunque, un paio di giorni fa ho aperto Mare delle verità.

A favore dell’acquisto di questo libro aveva deposto prima di tutto la bontà dell’unico romanzo di Andrea De Carlo che avevo letto e in secondo luogo, ma non in piccola parte, la copertina. Sissignori, la copertina.

Tranquilli, di solito non scelgo i libri da comprare sulla base della loro copertina. Questa volta però la copertina era fatta di mare, un mare di uno scintillante e gelido argento, molto simile a questo qui. Il fatto che quel mare fosse stato fotografato e scelto dallo stesso autore, che evidentemente lo aveva percepito come emblematico del suo romanzo, mi pareva una garanzia in più. Magari avrei ritrovato quel mare dentro il libro, con il brusio delle parole a simulare il fruscio delle onde e il gorgogliare della risacca.

E invece…

… ho trovato molto di più. Andrea De Carlo ha scritto libro davvero bello e molto coinvolgente. Figurarsi che per non interrompere troppo a lungo la lettura, sono stata costretta a improvvisare qualche pasto a dir poco frugale (con prevedibile immensa letizia della mia metà, che non ama certo i pasti equilibrati) e a restare alzata fino alle due di notte, non tanto per vedere come andava a finire (anche se un po’ di giallo c’è) ma piuttosto per non spezzare quel filo tenue che teneva in piedi un piccolo mondo coerente. Un mondo diverso eppure stranamente familiare, sia nei suoi più beceri costumi (stupende le descrizioni di Fabio, uomo politico di successo nonché fratello del protagonista, costantemente impegnato a inseguire la sua “festa in movimento”), sia nelle più intime emozioni sempre così difficili da dire.

E a proposito di emozioni, ho trovato bella ed avvincente la storia d’amore tra Mette, la straniera piena di ideali e di temperamento, e Lorenzo Telmari, l’uomo tutto essere e niente apparire, capace di nutrire passioni e sentimenti e di rimettersi in gioco integralmente (dove trovarlo uno così?).

Bilancio: bel libro, bella scrittura e bella copertina… ah, dimenticavo, il mare dentro c’è, eccome.

Grazie ADC.

 

 

 

postato da: giadanila alle ore 18:58 | link | commenti (2)
categorie: parole, amore, riflessioni, libri, letture, emozioni, scrittura, maredinverno
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Chi sono

Utente: giadanila
Nome: giadanila

Commenti recenti

missfly in Letture estive
utente anonimo in Letture estive
giadanila in Letture estive
utente anonimo in Letture estive
utente anonimo in Letture estive
gpitalia in Letture estive
MigliorBlog.it

Archivio

oggi
giugno 2009
aprile 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---

Categorie

aimé césaire
amici
amore
amélie nothomb
anatole france
arte
brunonia barry
catania
cucina siciliana
diane setterfield
disillusione
domenico seminerio
donne
elucubrazioni
emozioni
etna
festa di santagata
film
finestre
foto
foto mie
fughe
gatti
giancarlo marinelli
guerra
illusioni
indovinello
internet
letture
libri
magia
malinconia
maredautunno
maredinverno
marieluise fleisser
metafore
mistero
muri
musica
natale
natura
nausea
notte
pablo neruda
paolo giordano
parole
pensieri
poesia
poesia onirica
poesie
politica
premio
ricordi
riflessioni
scrittura
semiotica
sicilia
simona vinci
sogni
solitudine
sorpresa
stadio
suzanne dracius
teatro
traduzioni
tristezza
umorismo
viaggi
vita
voglia di raffinatezze

Links

carnets de voyage d'Antonia Neyrins
cataniamia
Cinquemarzo
Il mio mondo utopico
intuttisensi
ipensieridialle
la piazza di delphine
letteratitudine
NonSoloProust
parole arruffate
rossiorizzonti
Stralci di vita vissuta a Parigi e molto altro
Tra Sogno e Realtà...
una goccia nel mare
vincenzo russo

Partecipano

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni


Contatore

visitato *loading* volte