mercoledì, 25 febbraio 2009

Ed ecco il raccontino surreale!

Pomeriggio di febbraio


 


 


Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.


 


Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.


 


Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.


 


Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.


 


Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.


 


L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.


 


Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…


 


Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette. 


 


Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.


 


Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.


 


Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.


 


Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.


 


La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.


 


Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.


 


Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.


 


La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.


 


Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.


 


Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.


 


Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.


 


Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.


 


In silenzio.


 


Di nuovo insieme.


 


Sorridendo di triste sollievo.


 

domenica, 22 febbraio 2009

Foto della domenica

 




Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...




.




.




.




.







mare aperto




.




.




.




e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola




 .




.




Pomeriggio di febbraio




 


... à la prochaine

 


domenica, 01 febbraio 2009

Passione e ragione

 

Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.

Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.

Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.

E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...

.

 

 mare in tempesta

 

E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.

Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.

Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…

 dopo la tempesta

...

...

… il fiume dovrà sempre finire nel mare.

 

postato da: giadanila alle ore 09:49 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, natura, vita, foto, sicilia, emozioni, magia, foto mie, metafore, maredinverno
giovedì, 27 marzo 2008

Maredinverno

maredinverno

 

Avevano ragione i romantici a percepire la natura tempestosa come un autentico specchio della propria anima.

Cosa c’è di meglio che passeggiare sulla sabbia umida resa compatta dalla forza altalenante delle onde salate per sentire centuplicate e come esaltate anche le sensazioni meno gradevoli che accompagnano la nostra vita quotidiana?

Il senso di abbandono, la finitezza, la malinconia, il male di vivere, lo spleen contemporaneo e ogni sorta di solitudine davanti a un mare così cupo e rimbombante sembrano diventare nuovi valori, sembrano perdere quel potenziale di distruttiva e logorante banalità per mutarsi in sentimenti quasi epici.

La grandezza di questi sentimenti è amplificata dagli echi indistinti di voci lontane anche secoli che giungono fino a noi con le vele della poesia, della letteratura e della pittura e riescono a distanza di tanto tempo a esprimere mirabilmente lo sgomento e la passione nello scoprire che l’anima può diventare una cosa sola con la natura inquieta.

Forse per questo amo David Caspar Friedrich.

domenica, 02 marzo 2008

Un curioso esperimento

etna vista da taormina

Non si può essere tristi quando la natura è così generosa da offrirti questo: una visione di sogno in cui natura e fantasia sono la stessa cosa.

Vada allora per la fantasia, mi va di raccontare un esperimento curioso che ho fatto tempo fa (e che ripeto sempre appena ne ho l'occasione).

Dunque, provate a prendere un treno  Catania - Messina nelle prime ore del giorno (va bene anche verso le otto) in un mattino invernale sereno e senza nuvole. E' bene che sia mattino perchè la luce particolare rende tutto molto più poetico ed è importante che il treno si fermi alla stazione di Taormina. Adesso concentratevi perchè sta per ripartire in direzione Messina. Nel frattempo avrete avuto l'accortezza di sedervi accanto al finestrino lato est (non potete sbagliare, c'è il mare!) con le spalle rivolte al senso di marcia. Lo so che molte persone non riescono a sopportare questa posizione, ma bastano davvero pochi minuti poi potrete scegliervi un altro posto. Allora, dicevo, ponete la massima attenzione a quello che vedete guardando verso Catania, senza farvi distrarre dall'incantevole distesa del mare. Sissignori, dovete guardare un po' più in su e un po' più in là e mantenere l'attenzione mentre il treno si rimette in marcia.

La cosa succede pochi secondi prima che il treno entri nella galleria (attenti perchè a questo punto non c'è più niente da fare!).

Quale cosa? direte. Ve lo dico subito, il paesaggio si trasforma improvvisamente in un teatro vivente: infatti, da dietro le verdi pendici montuose e collinose che sovrastano la superficie marina, spunta rapidamente, diventanto subito grande e imponente, lui, il protagonista, ovvero il vulcano Etna ammantato di neve. In modo "magico" infatti i rilievi più in basso sembrano sfilare lateralmente per fare uscire alla ribalta la stella di prima grandezza, con un sorprendente effetto di quinte in movimento.

Credetemi, ho provato a ritrovare questa magia in altri punti della tratta ferroviaria (e anche di quella stradale) ma senza riuscirci. Credo che questa illusione sia il frutto di una concomitanza di favorevoli circostanze, come la velocità ridotta eppure crescente del treno che riparte dalla stazione, la curva che la ferrovia descrive prima della galleria, la posizione della ferrovia a pochi metri dal mare,...

Provare per credere.

martedì, 08 gennaio 2008

"Mare delle verità" (letture)

Di Andrea De Carlo avevo letto qualche tempo fa Giro di vento, romanzo che mi aveva piacevolmente colpita: una trama esile ma densa di dinamiche psicologiche finemente osservate e messe a nudo, con una scrittura asciutta, pronta a catturare ogni minima oscillazione dei pensieri e dei movimenti del cuore.

Fondatamente speranzosa, dunque, un paio di giorni fa ho aperto Mare delle verità.

A favore dell’acquisto di questo libro aveva deposto prima di tutto la bontà dell’unico romanzo di Andrea De Carlo che avevo letto e in secondo luogo, ma non in piccola parte, la copertina. Sissignori, la copertina.

Tranquilli, di solito non scelgo i libri da comprare sulla base della loro copertina. Questa volta però la copertina era fatta di mare, un mare di uno scintillante e gelido argento, molto simile a questo qui. Il fatto che quel mare fosse stato fotografato e scelto dallo stesso autore, che evidentemente lo aveva percepito come emblematico del suo romanzo, mi pareva una garanzia in più. Magari avrei ritrovato quel mare dentro il libro, con il brusio delle parole a simulare il fruscio delle onde e il gorgogliare della risacca.

E invece…

… ho trovato molto di più. Andrea De Carlo ha scritto libro davvero bello e molto coinvolgente. Figurarsi che per non interrompere troppo a lungo la lettura, sono stata costretta a improvvisare qualche pasto a dir poco frugale (con prevedibile immensa letizia della mia metà, che non ama certo i pasti equilibrati) e a restare alzata fino alle due di notte, non tanto per vedere come andava a finire (anche se un po’ di giallo c’è) ma piuttosto per non spezzare quel filo tenue che teneva in piedi un piccolo mondo coerente. Un mondo diverso eppure stranamente familiare, sia nei suoi più beceri costumi (stupende le descrizioni di Fabio, uomo politico di successo nonché fratello del protagonista, costantemente impegnato a inseguire la sua “festa in movimento”), sia nelle più intime emozioni sempre così difficili da dire.

E a proposito di emozioni, ho trovato bella ed avvincente la storia d’amore tra Mette, la straniera piena di ideali e di temperamento, e Lorenzo Telmari, l’uomo tutto essere e niente apparire, capace di nutrire passioni e sentimenti e di rimettersi in gioco integralmente (dove trovarlo uno così?).

Bilancio: bel libro, bella scrittura e bella copertina… ah, dimenticavo, il mare dentro c’è, eccome.

Grazie ADC.

 

 

 

postato da: giadanila alle ore 18:58 | link | commenti (2)
categorie: parole, amore, riflessioni, libri, letture, emozioni, scrittura, maredinverno
sabato, 24 novembre 2007

Il potere della scrittura (II parte)

 

… dunque, dicevo (v. post del 2 Novembre) di com’è bello e anche esaltante trasformare la realtà ordinaria, manipolarla o addirittura ricrearla per mezzo della metafora, figura di stile ma anche e soprattutto modalità di pensiero.

Allenarsi ad accostare le cose reali (o irreali) a cose che in apparenza sono completamente diverse ma che nel loro meccanismo interno, nel loro senso connotato o nelle loro dinamiche relazionali possono presentare delle analogie sorprendenti può condurre davvero a pensare in modo più aperto e stimolante, senza che si resti schiacciati dalla zavorra del pensiero unilaterale.

Per esempio a me piace molto guardare il mare, i suoi colori e i suoi umori sempre cangianti, le sue superfici più o meno distese che celano abissi insondabili e così via e ogni tanto mi piace pensare che il mare sia un uomo e la spiaggia una donna.

Cos’è che accomuna il binomio mare/spiaggia e il binomio uomo/donna?

Io direi la qualità del loro rapporto, ambiguo, ambivalente eppure imprescindibile, un rapporto che consiste nel cercarsi, nel ritrarsi, nel modellarsi reciprocamente, nell’infrangere continuamente i propri confini e le proprie barriere, nel restare uniti pur nella propria imprescindibile diversità.

Incredibile! Questo semplice slittamento di significati (mare => uomo, spiaggia => donna) permette di vedere le cose sotto prospettive diverse e più profonde che a volte mettono le ali al pensiero.

Per questa ragione mi piacerebbe sapere quali pensieri ispira, soprattutto ma non solo ai poeti, la contemplazione del mare.

venerdì, 16 novembre 2007

Forze della natura

In una delle sette notti della scorsa settimana, mentre dormivo placidamente avvoltolata tra i miei tre o quattro piumini e piumoni, sono stata improvvisamente destata da un ululato profondo e terrificante.

Un vento tempestoso soffiava a tutta forza sui giardini addormentati, sulle piazze deserte, sui cortili intontiti e sui gradini infreddoliti. Si arrotolava su se stesso a ogni lampione. S’incanalava con possenti ruggiti nei vicoli e nelle strade. Fischiava come un treno a ogni spigolo. Scendeva a rotta di collo lungo la strada alberata che portava al mare, frustando senza pietà i malcapitati cipressi e i già storpi olivi che incontrava sul suo barbarico cammino. Sembrava un ossesso appena sfuggito alla camicia di forza, che usava la pioggia per bagnare, rammollire e intirizzire tutto quello che non riusciva a strappare e a portare con sé.

Ho continuato a dormire, è vero, ma i miei sogni sono stati popolati fino all’alba da incredibili uragani di proporzioni tropicali che si abbattevano continuamente sulle mie spiagge.

E l’alba è arrivata con un inatteso luccicante scintillio di sole che riusciva a scaldare e illuminare foglie e tetti ancora stillanti di pioggia.

Mentre bevevo il caffè riflettevo sul primo dilemma della giornata: prendo la litoranea che mi porta al lavoro in un (quasi) battibaleno, ma con il rischio di trovare la strada impraticabile e dovere quindi tornare indietro, oppure scelgo la statale, che è più sicura, è vero, ma attraversa ben quattro centri abitati e quindi in un orario di traffico denso può farmi arrivare a destinazione con mezz’ora di ritardo?

Finto dilemma perché in realtà sapevo che avrei scelto la prima soluzione.

Primo: perché speravo di essere fortunata e cavarmela a buon mercato in termini di tempo. Secondo: perché adoro il maredinverno, quando finalmente la folla esagerata di bagnanti irriducibili si dimentica del mare e lo lascia lì, tutto per me, nella sua incredibile e metafisica bellezza.

Terzo: perché lo spirito di avventura mi fa spesso desiderare l’imprevisto.

Insomma, ho scelto la litoranea, liscio serpente di asfalto, odoroso di boschi marini, che si corrompe solo accidentalmente attraversando un silenzioso centro di villeggiatura estivo divenuto fantasma…

La litoranea era un tappeto luccicante di foglie bagnate e di rami spezzati, che costringevano a una guida a zig zag. Ma dopo il primo chilometro, alto là! La larga strada era letteralmente ostruita dalla chioma immensa di un eucalipto che era stato abbattuto dal vento e penzolava dalla ringhiera di un giardino recintato. Un audace automobilista aveva tentato di penetrare in uno stretto varco tra la chioma dell’albero e il suo tronco obliquo, ma si era dovuto arrendere ed era anzi rimasto intrappolato tra i tentacoli vegetali…

Dietrofront e ritorno verso l’entroterra. A metà strada, sulla statale, c’era un altro innesto viario che portava verso il mare. Non ho saputo resistere e ci ho riprovato.

Ho trovato di nuovo foglie, rami, tronchi divelti e ogni genere di oggetto trascinato dalla furia del vento. Poi, giunta quasi a destinazione, ho incontrato un altro enorme albero di traverso sulla strada. Altra deviazione, ma per fortuna di lieve entità. Sono riuscita ad aggirare l’ostacolo spendendo solo uno o due chilometri in più.

E poi tra una deviazione e l’altra sono riuscita ad ammirare, ancora una volta stupefatta, il mio magnifico mare, mosso e superbo nel suo cupo argento scintillante.

Ho iniziato davvero bene la mia giornata, con insolita energia e nuovo entusiasmo.

 

postato da: giadanila alle ore 12:12 | link | commenti (1)
categorie: parole, pensieri, riflessioni, emozioni, magia, scrittura, fughe, maredinverno
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Chi sono

Utente: giadanila
Nome: giadanila

Commenti recenti

missfly in Letture estive
utente anonimo in Letture estive
giadanila in Letture estive
utente anonimo in Letture estive
utente anonimo in Letture estive
gpitalia in Letture estive
MigliorBlog.it

Archivio

oggi
giugno 2009
aprile 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---

Categorie

aimé césaire
amici
amore
amélie nothomb
anatole france
arte
brunonia barry
catania
cucina siciliana
diane setterfield
disillusione
domenico seminerio
donne
elucubrazioni
emozioni
etna
festa di santagata
film
finestre
foto
foto mie
fughe
gatti
giancarlo marinelli
guerra
illusioni
indovinello
internet
letture
libri
magia
malinconia
maredautunno
maredinverno
marieluise fleisser
metafore
mistero
muri
musica
natale
natura
nausea
notte
pablo neruda
paolo giordano
parole
pensieri
poesia
poesia onirica
poesie
politica
premio
ricordi
riflessioni
scrittura
semiotica
sicilia
simona vinci
sogni
solitudine
sorpresa
stadio
suzanne dracius
teatro
traduzioni
tristezza
umorismo
viaggi
vita
voglia di raffinatezze

Links

carnets de voyage d'Antonia Neyrins
cataniamia
Cinquemarzo
Il mio mondo utopico
intuttisensi
ipensieridialle
la piazza di delphine
letteratitudine
NonSoloProust
parole arruffate
rossiorizzonti
Stralci di vita vissuta a Parigi e molto altro
Tra Sogno e Realtà...
una goccia nel mare
vincenzo russo

Partecipano

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni


Contatore

visitato *loading* volte