Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.
Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.
Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.
E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...
.
E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.
Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.
Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…
...
...
… il fiume dovrà sempre finire nel mare.
Ho visto per l’ennesima volta “Il postino”, il toccante film tratto dal romanzo di Antonio Skármeta, mirabilmente interpretato da Massimo Troisi e da un credibilissimo Philippe Noiret nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda.
La morte improvvisa e prematura di Troisi, avvenuta a sole dodici ore dalla fine delle riprese, ha ispessito quel leggero velo di malinconia che aleggia sulla vicenda raccontata dal film, che pure si svolge nello scenario di scintillante bellezza di un’isola mediterranea librata tra mare e cielo e avvolta nell’abbraccio del sole.
Questa morte, dicevo, contribuisce a posteriori ad aumentare l’impatto emotivo del film e a moltiplicarne le potenzialità empatiche, come se, con un solo gesto, rinvigorisse le luci e le ombre sia del paesaggio anfrattuoso che del palcoscenico interiore dei personaggi.
La storia è semplice e bella perché il pudore con cui sono trattati i sentimenti più veri del protagonista non si spinge fino al punto da mistificarli, anzi li fa schiudere radiosi verso un avvenire illuminato dalla scoperta della poesia e del suo potere di arrivare al vero saltando a piè pari l’ovvio, il consueto, il banale.
Riguardando il film, non ho potuto fare a meno di essere incantata ancora una volta dalla straordinaria bellezza dei versi di Neruda, tratti dalla sua “Ode al mare”, che nel film il poeta recita all’umile postino desideroso di scoprire cosa sia una metafora (più giù, riporto i versi che ho ripescato nella “fantastiliosa” rete).
Vi invito a fare un esperimento, che faccio anch’io con grande piacere, vale a dire a leggere i versi che seguono ad alta voce, seguendo il loro ritmo. I versi più brevi faranno accelerare il ritmo in modo tale a “riprodurre” il respiro e il movimento del mare (ah, quelle sette tigri verdi!). Se sarete fortunati, riuscirete a percepire perfino lo sciabordio delle onde.
Qui nell’isola, il mare,
e quanto mare
esce da sé, a ogni istante,
dice di sì
dice di no
poi di no
nell’azzurro, nella spuma
nel galoppo
dice di no
poi di no
non può stare
tranquillo
- mi chiamo mare - ripete
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla
allora
con sette lingue verdi
di sette tigri verdi
di sette cani verdi
di sette mari verdi
la percorre
la bacia
la inumidisce
e si batte il petto
ripetendo il suo nome.
Attendo smentite o conferme.
È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.
Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).
Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:
“Attraversammo tutta
Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:
“ … i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.
Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.
Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.
I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.
Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)
Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”
Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!
Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza.
Lo so che siamo in piena estate, la stagione per eccellenza dell’allegria e del divertimento. Eppure, malgrado questo (o forse proprio per questo), oggi mi va di postare questa poesia di Ada Negri.
La fine
Ada Negri (1870-1945)
La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti; immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.
Bella, eh, molto bella…
Ogni volta che rileggo questi pochi versi, rivivo quella struggente malinconia che deve avere ispirato la poetessa lombarda e riscopro ancora una volta la bellezza della melanconia.
Si, avete capito bene: la melanconia. Perché, quando non è tristezza cronica o peggio ancora angoscia o disperazione (!), la melanconia, la bile nera dei nostri avi, è un sentimento “nobile”, uno stato d’animo che ci aiuta ad accettare la nostra finitezza o meglio quella fuga del senso che, purtroppo, non sempre riusciamo ad affrontare con disinvoltura.
Questo è quello che mi fa pensare anche la splendida ed enigmatica incisione dell’artista rinascimentale Albrecht Dürer (1471-1528), intitolata appunto “
Siamo abituati a considerare gli oggetti come cose. Niente di più scontato dell’asserzione: noi (gli esseri viventi) pensiamo, le cose sono e basta. Provate a cambiare un po’ questa normale prospettiva e vi ritroverete catapultati in un universo parallelo in cui le cose pensano e hanno sentimenti e, udite udite, pensano e amano proprio noi. Noi, a differenza di quello che facciamo di solito, nell’universo parallelo siamo diventati oggetto del pensiero delle cose e da bravi oggetti ci comportiamo, siamo cioè scomponibili e meccanizzati e non ci preoccupiamo del fatto di non avere sentimenti.
Certo, è davvero una prospettiva inedita.
Eppure se pensiamo alle frontiere della chirurgia estetica, all’egemonia dei mezzi di comunicazione, primo fra tutti l’onnipresente (e quasi onnipotente) cellulare, all’impoverimento generale di tutte le attività che presuppongono il ragionamento (vedi il grande rifiuto delle nuove generazioni di applicarsi allo studio della matematica), se pensiamo a questo e ad altro ancora, ecco allora che la canzone di Lucio Battisti “Le cose che pensano” (testo di Pasquale Panella) non è poi così surreale.
Trascrivo qui il testo della canzone, tratta dall’album “Don Giovanni”, per darne un’idea a chi non la conoscesse, ma consiglio caldamente di ascoltarla: la musica è deliziosa e riesce a riprodurre a meraviglia quella leggera e un po’ inquietante sensazione di “straniamento”.
In nessun luogo andai
per niente ti pensai
e nulla ti mandai
per mio ricordo
sul bordo m'affacciai
d'abissi belli assai
su un dolce tedio a sdraio
amore ti ignorai
invece costeggiai i lungomai
m'estasiai, ti spensierai
m'estasiai, e si spostò
la tua testa estranea
che rotolò
cadere la guardai
riflessa tra ghiacciai
sessanta volte che cacciava fuori
la lingua e t'abbracciai
di sangue m'inguaiai
tu quindi come stai
se è lecito che fai
in quell'attualità che pare vera
come stai,
ti smemorai, ti stemperai
e come sta la straniera
lei come sta
son le cose che pensano ed hanno di te
sentimento.
esse t'amano e non io
come assente rimpiangono te
son le cose prolungano te
la vista l'angolai
di modo che tu mai
entrassi col viavai
di quando sei
dolcezza e liturgia
orgetta e leccornia
la prima volta che
ti vidi non guardai
da allora non t'amai
tu come stai, ah come stai
Rimpiangono te
son le cose, prolungano te
certe cose.
Una finestra è un occhio sul mondo e, come un occhio, ha un grandissimo potere di regolazione. Sollevi la palpebra ed ecco che dal porto sicuro della tua piccola o grande dimora puoi raggiungere quello che c’è fuori di te, lontano da te oppure vicino, puoi coglierne dimensioni, colori, sfumature, chiaroscuri, movimenti. E ti basta semplicemente abbassare la palpebra ed ecco che si abbassa il sipario, le luci si spengono, tutto tace. Quel brulichio di tinte, il baluginare delle luci, le vibrazioni dell’aria, le metamorfosi della materia, le sbavature delle approssimazioni e i tremolii dei contorni restano là fuori, mentre dentro di te, adesso, impera sovrano il buio, la quiete, il silenzio, l’assenza.
O forse è il contrario?
... poi ci sono altri muri.
Più che muri, sono magnifici forzieri costruiti sapientemente con schegge di antiche lave rapprese, con gli umori pietrificati di un vulcano bello e terribile come un nero angelo del giudizio.
Mani sagge hanno dunque creato queste solide architetture, pensate come scrigni atti a contenere il prezioso oro verde dei boschi, dei vigneti, dei frutteti e dei campi coltivati. Per circoscrivere i poderi, esse hanno eretto solidi contrafforti contro l’aggressione dell’alterità, si dovesse mai presentare sotto spoglie di animali da pascolo o di erbe infestanti o di devastanti incendi o di ruberie. Hanno affidato alla saldezza della pietra la fragilità della vita vegetale, tenera e commovente nella sua rigogliosa debolezza.
Erigendo quei muri, hanno elevato un canto nuovo alla natura e alla storia.
Le saie dei giardini siciliani sono dei canali in muratura a cielo aperto che attraversano le proprietà agricole trasportando l’acqua necessaria alla vita delle piante.
Parte essenziale, dunque, dei tradizionali sistemi di irrigazione, le saie ancora oggi sopravvivono, ora spuntando a tratti dalla penombra degli agrumeti ora disegnando geometrie euclidee in terreni ormai infestati dalle stoppie dell’incuria e dell’abbandono.
Alcune sono state rese funzionali e contemporanee con un energico restauro cementizio, altre resistono al tempo svolgendo ancora dignitosamente il loro lavoro, sopportando la spinta vivace dell’acqua corrente con la forza dei loro fianchi muschiosi, generose dimore di pianticelle di capelvenere e di fitte e verdi vegetazioni acquatiche. Altre, infine, avendo ormai smesso di assolvere il loro compito, giacciono inerti, sotto il sole come sotto la luna, ridotte a tristi ricettacoli di terra, pietrisco e fieno. A volte subiscono addirittura l’insulto di essere affiancate da moderne tubature di metallo che trasudano acqua e fredda efficienza.
Ancora oggi ripenso a estati di bambina, al nonno in bilico sul muro della saia che si china a raccogliere nel cavo di una larga e scura foglia di limone quell’acqua corrente così pura da essere il più prezioso rimedio alla sete e al caldo. E mi sembra di risentire ancora il gusto insolito di quell’acqua resa più fresca e odorosa dalla coppa improvvisata.
Ancora oggi resterei per ore a guardare incantata l’acqua che scorre nella saia.
È un’opera dell’uomo nella natura che di natura vive.
È luogo privilegiato a cui per mezzo dell’acqua riesce di unire terra e cielo.
Vorrei essere capace di farlo anch’io.
Vorrei sempre avere a portata di mano quest’abisso fumante per buttarci dentro l’ipocrisia, l’ignoranza, la cattiveria e soprattutto la mancanza di CUORE
Il sipario delle tenebre si apre
e
lenta
inizia la liturgia del giorno.
Procelle di luce innalzano metamorfosi di draghi
in accavallato splendore.
Nella distesa del mattino,
combatte il cavaliere
l’eroica inutile battaglia
e il suo sangue
già tinge
di porpora
le vesti dell’aurora.
Si, insisto ancora con questa storia della metafore, del loro potere, della loro magia, ecc. (ved. post del 2 e del 24 novembre).
L'idea che mi è venuta è quella di privilegiare una rilettura della realtà, o meglio di gettare uno sguardo diverso sulla realtà.
Per essere concreta, posterò subito dopo una mia poesia che esprime una mia personale (e un po' epica) visione dell'alba.
