Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.
Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.
Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.
E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...
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E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.
Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.
Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…
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… il fiume dovrà sempre finire nel mare.
Questo post è dedicato agli appassionati della cotognata. Si, lo so che non c’entra molto con il resto, ma siccome mi pare di aver capito che ci sono molti palati raffinati in grado di gustare la bontà di un frutto molto particolare, qual è appunto la mela cotogna, dopo averla trasformata – in verità con pochissima fatica e con ingredienti genuini - in una conserva compatta e ambrata che si può consumare anche dopo alcuni mesi dalla preparazione (sempre ammesso e non concesso che qualcuno non la faccia fuori prima!), ecco, appunto, pensavo di fare cosa gradita rivelando la mia ricetta scrupolosamente fedele ai dettami della tradizione siciliana anche se riveduta in chiave contemporanea (vedi uso della pentola a pressione). E siccome dispongo per l’appunto di un cesto di questi frutti vellutati e profumatissimi, mi sento doppiamente ispirata.
La cotognata
Dunque, occorre lavare le mele cotogne (vi raccomando quelle etnee!), tagliarle a metà senza privarle del torsolo, metterle in una pentola a pressione insieme a un paio di limoni freschi (non trattati) tagliati a metà e coprire il tutto con acqua fredda (attenzione a non riempire la pentola a pressione oltre il livello di guardia). Bastano venti minuti circa di pressione per ottenere la giusta consistenza della frutta che, da dura e un po’ allappante che era, sarà nel frattempo diventata tenera alla forchetta. A questo punto la frutta cotta e sgocciolata deve essere liberata dal torsolo e passata al setaccio fino ad ottenere una crema consistente. Dopo avere pesato la passata vi si dovrà aggiungere dello zucchero (600 gr. di zucchero per ogni chilo di frutta passata). La cottura a fuoco moderato vi regalerà una confettura di straordinario profumo e colore che potrete versare in formelle di terracotta e che si potrà sformare quando sarà abbastanza asciutta da consentirvelo.
La marmellata di mele cotogne
Un’alternativa pratica alla cotognata dura è quella di diluire la passata di frutta con un po’ del succo di cottura: questo vi permetterà di ottenere una marmellata della consistenza desiderata che potrete mettere in barattolo e che diventerà la regina delle vostre colazioni invernali.
Provare per credere.
Si, si, lo so, ero rimasta a Domenico Seminerio, ma ne parliamo un'altra volta, eh? Intanto volevo aggiungere due cose:
n. 1) mi sembra doveroso mostrarvi com'è cresciuto Pamuk (leggasi "il mio splendido micio" ) e lo voglio fare con una foto che lo ritrae in una posa inedita. Ecco in prima visione assoluta "Pamuk arrabbiato"
n. 2) vorrei poi un parere spassionato su questa domanda che mi sono fatta ieri: è possibile trovare la forza di andarsene tranquillamente e doverosamente al proprio (per fortuna bellissimo) lavoro, nel caso in cui lungo la strada che si percorre abitualmente ci si dovesse imbattere in tutto questo?

È arrivata l’estate. E con l’estate è arrivato anche il caldo spesso eccessivo che ti fa desiderare che scenda presto la notte. Allora adesso voglio parlarvi di una piccola gemma offerta dalle notti siciliane. Chiudete gli occhi e immaginate il buio. A volte è profondo e senza luna, né stelle. Altre volte è invece rischiarato tenuemente da mille puntini luminosi che trafiggono le tenebre più dense. In ogni caso siete in un giardino appena annaffiato: le foglie sono impreziosite da gocce scintillanti e la terra umida promana una frescura odorosa attraversata da mille profumi.
A questo punto ho a portata di mano tutto quello che mi serve per celebrare un connubio purissimo. Lo sposo è un bell’arbusto di Aloysia triphylla, comunemente chiamato Verbena Citriodora o anche Cedronella. In estate i miei cespugli di cedronella, infatti, non si stancano di infittirsi di sempre nuove propaggini, cariche di foglie verdissime che, se leggermente strofinate, odorano di cedro, di limone e di muschio. L’odore un po’aspro e agrumato della cedronella ha però bisogno di una sposa candida e sontuosa, regale nella sua meravigliosa semplicità, dolce e vellutata come il suo profumo antico. E così, anche se la notte non dovesse essere stellata, io possiedo il mio piccolo firmamento in miniatura, cioè la mia siepe di gelsomino aggrappata al muretto di recinzione che nel buio appare delicatamente punteggiata di piccoli fiori bianchi dall’incredibile profumo.
Ormai è diventato un vizio, una vera e propria dipendenza: d’estate non riesco ad andarmene a nanna senza il mio piccolo bouquet profumato di agrumi e zucchero candito da mettere sul comodino. Sarà per questo che faccio spesso bei sogni?
Oggi sono andata in campagna. A circa
Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.
Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.
Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.
La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.
Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini
Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......
... poi ci sono altri muri.
Più che muri, sono magnifici forzieri costruiti sapientemente con schegge di antiche lave rapprese, con gli umori pietrificati di un vulcano bello e terribile come un nero angelo del giudizio.
Mani sagge hanno dunque creato queste solide architetture, pensate come scrigni atti a contenere il prezioso oro verde dei boschi, dei vigneti, dei frutteti e dei campi coltivati. Per circoscrivere i poderi, esse hanno eretto solidi contrafforti contro l’aggressione dell’alterità, si dovesse mai presentare sotto spoglie di animali da pascolo o di erbe infestanti o di devastanti incendi o di ruberie. Hanno affidato alla saldezza della pietra la fragilità della vita vegetale, tenera e commovente nella sua rigogliosa debolezza.
Erigendo quei muri, hanno elevato un canto nuovo alla natura e alla storia.
Mi ricordo bene di quella mattina, filavamo su due ruote per stradine di campagna odorose di erbe seccate dal solleone e punteggiate dal frinire delle cicale. Ma ad ogni curva ci sorprendeva l’alito fresco che spirava dai costoni folti di querce e castagni e la loro ombra mobile ci accarezzava il viso e le braccia, ci abbacinava con il suo buio misterioso e amico. Nell’intenso polverio di luce tutto ciò che era tenero e indifeso e vivo ardeva fino a consumarsi, fino a diventare una chiara parvenza di se stesso.
Ma alla quart’ultima curva qualcosa era successo. Il corpo delle pietre, della polvere, dei muri, degli alberi, il corpo di tutte le cose era ormai saturo di quella luce incandescente che, non più assorbita, veniva respinta e restituita al suo artefice. E così nel punto di incontro tra i raggi solari più intensi e il loro riflesso che tornava indietro era sorto il miraggio. Un grumo informe di terra aveva cominciato a crescere, a lievitare nell’aria liquida, nella magica circonferenza tracciata dai muri. Poi la materia aveva ceduto alla spinta della forma ed era apparso lui: il Paese Imperscrutabile, il Regno del Silenzio e dell’Assenza,
Avevano ragione i romantici a percepire la natura tempestosa come un autentico specchio della propria anima.
Cosa c’è di meglio che passeggiare sulla sabbia umida resa compatta dalla forza altalenante delle onde salate per sentire centuplicate e come esaltate anche le sensazioni meno gradevoli che accompagnano la nostra vita quotidiana?
Il senso di abbandono, la finitezza, la malinconia, il male di vivere, lo spleen contemporaneo e ogni sorta di solitudine davanti a un mare così cupo e rimbombante sembrano diventare nuovi valori, sembrano perdere quel potenziale di distruttiva e logorante banalità per mutarsi in sentimenti quasi epici.
La grandezza di questi sentimenti è amplificata dagli echi indistinti di voci lontane anche secoli che giungono fino a noi con le vele della poesia, della letteratura e della pittura e riescono a distanza di tanto tempo a esprimere mirabilmente lo sgomento e la passione nello scoprire che l’anima può diventare una cosa sola con la natura inquieta.
Forse per questo amo David Caspar Friedrich.
Le saie dei giardini siciliani sono dei canali in muratura a cielo aperto che attraversano le proprietà agricole trasportando l’acqua necessaria alla vita delle piante.
Parte essenziale, dunque, dei tradizionali sistemi di irrigazione, le saie ancora oggi sopravvivono, ora spuntando a tratti dalla penombra degli agrumeti ora disegnando geometrie euclidee in terreni ormai infestati dalle stoppie dell’incuria e dell’abbandono.
Alcune sono state rese funzionali e contemporanee con un energico restauro cementizio, altre resistono al tempo svolgendo ancora dignitosamente il loro lavoro, sopportando la spinta vivace dell’acqua corrente con la forza dei loro fianchi muschiosi, generose dimore di pianticelle di capelvenere e di fitte e verdi vegetazioni acquatiche. Altre, infine, avendo ormai smesso di assolvere il loro compito, giacciono inerti, sotto il sole come sotto la luna, ridotte a tristi ricettacoli di terra, pietrisco e fieno. A volte subiscono addirittura l’insulto di essere affiancate da moderne tubature di metallo che trasudano acqua e fredda efficienza.
Ancora oggi ripenso a estati di bambina, al nonno in bilico sul muro della saia che si china a raccogliere nel cavo di una larga e scura foglia di limone quell’acqua corrente così pura da essere il più prezioso rimedio alla sete e al caldo. E mi sembra di risentire ancora il gusto insolito di quell’acqua resa più fresca e odorosa dalla coppa improvvisata.
Ancora oggi resterei per ore a guardare incantata l’acqua che scorre nella saia.
È un’opera dell’uomo nella natura che di natura vive.
È luogo privilegiato a cui per mezzo dell’acqua riesce di unire terra e cielo.
Vorrei essere capace di farlo anch’io.
Nonostante questa serata di bufera, sento già la primavera che arriva. Sarà il profumo notturno delle fresie del mio giardino che da qualche giorno aleggia sotto le finestre e lungo il vialetto, sarà che l'aria della sera è più chiara e meno pungente, fatto sta che mi è venuta in mente una poesia di Anna di Noailles (1876-1933).
Questa poesia, che trascrivo di seguito nella mia traduzione seguita come di consueto dall'originale, è stata composta nel 1907.
Mi piace perchè non è soltanto un omaggio all'arrivo repentino della primavera, ma è anche un inno al potere dell'immaginazione, che la poetessa celebra soprattutto negli ultimi due versi.
Sorpresa
Meditavo. D’un tratto il giardino si svela,
La pupilla colpisce qual fiamma di candela.
E allora lo guardo con piacere vivo,
Riso, freschezza, candore, idillio estivo!
Tutto mi turba e m’incanta, su quella fronda
Par che gioia ci sia e che mi balzi in cuore!
Sono colma di slanci, d’amore e buon odore
E l’azzurro al mio corpo si fonde così bene
Che d’improvviso pare al mio sguardo stupito
Che non il prato ma l’occhio sia fiorito
E che, se ancor volessi, con la palpebra chiusa
Il sol potrei veder e anche la rosa.
Surprise
Je méditais ; soudain le jardin se révèle
Et frappe d’un seul jet mon ardente prunelle.
Je le regarde avec un plaisir éclaté ;
Rire, fraîcheur, candeur, idylle de l’été !
Tout m’émeut, tout me plaît, une extase me noie,
J’avance et je m’arrête ; il semble que la joie
Etait sur cet arbuste et saute dans mon cœur !
Je suis pleine d’élan, d’amour, de bonne odeur,
Et l’azur à mon corps mêle si bien sa trame
Qu’il semble brusquement, à mon regard surpris,
Que ce n’est pas ce pré, mais mon œil qui fleurit
Et que, si je voulais, sous ma paupière close
Je pourrais voir encor le soleil et la rose.
Non si può essere tristi quando la natura è così generosa da offrirti questo: una visione di sogno in cui natura e fantasia sono la stessa cosa.
Vada allora per la fantasia, mi va di raccontare un esperimento curioso che ho fatto tempo fa (e che ripeto sempre appena ne ho l'occasione).
Dunque, provate a prendere un treno Catania - Messina nelle prime ore del giorno (va bene anche verso le otto) in un mattino invernale sereno e senza nuvole. E' bene che sia mattino perchè la luce particolare rende tutto molto più poetico ed è importante che il treno si fermi alla stazione di Taormina. Adesso concentratevi perchè sta per ripartire in direzione Messina. Nel frattempo avrete avuto l'accortezza di sedervi accanto al finestrino lato est (non potete sbagliare, c'è il mare!) con le spalle rivolte al senso di marcia. Lo so che molte persone non riescono a sopportare questa posizione, ma bastano davvero pochi minuti poi potrete scegliervi un altro posto. Allora, dicevo, ponete la massima attenzione a quello che vedete guardando verso Catania, senza farvi distrarre dall'incantevole distesa del mare. Sissignori, dovete guardare un po' più in su e un po' più in là e mantenere l'attenzione mentre il treno si rimette in marcia.
La cosa succede pochi secondi prima che il treno entri nella galleria (attenti perchè a questo punto non c'è più niente da fare!).
Quale cosa? direte. Ve lo dico subito, il paesaggio si trasforma improvvisamente in un teatro vivente: infatti, da dietro le verdi pendici montuose e collinose che sovrastano la superficie marina, spunta rapidamente, diventanto subito grande e imponente, lui, il protagonista, ovvero il vulcano Etna ammantato di neve. In modo "magico" infatti i rilievi più in basso sembrano sfilare lateralmente per fare uscire alla ribalta la stella di prima grandezza, con un sorprendente effetto di quinte in movimento.
Credetemi, ho provato a ritrovare questa magia in altri punti della tratta ferroviaria (e anche di quella stradale) ma senza riuscirci. Credo che questa illusione sia il frutto di una concomitanza di favorevoli circostanze, come la velocità ridotta eppure crescente del treno che riparte dalla stazione, la curva che la ferrovia descrive prima della galleria, la posizione della ferrovia a pochi metri dal mare,...
Provare per credere.
…altri muri, invece, non ci precludono gli orizzonti, ci lasciano respirare, vedere, sentire e ci guidano senza parole verso le nostre mete.
Sono pareti di roccia, enormi barriere immobili, salde, ostinatamente mute. Oscurano la vista, negano l’orizzonte e ci ricordano continuamente la nostra limitatezza. Eppure… (segue)
Vorrei sempre avere a portata di mano quest’abisso fumante per buttarci dentro l’ipocrisia, l’ignoranza, la cattiveria e soprattutto la mancanza di CUORE
Melagrana di luce
spalanca
agli occhi
scrigno suo di chicchi,
acuminate cuspidi
ruota
intorno al perno incandescente,
quale diamante
recide
i vincoli quieti
con il compatto mondo,
liberando
incauta
aquiloni di foglie.
E placa,
nell’agonia del giorno,
di cuore e di materia
le ordinarie tempeste.
