Ma da quanto tempo non riuscivo a leggere a ruota libera senza sentirmi in colpa? Non me ne ricordo nemmeno.
Comunque quest'estate ho deciso di scegliere i libri da leggere senza seguire un criterio preciso, se non quello del mio personale “aggradamento” e così ho attinto a piene mani alla mia scorta di libri comprati nelle occasioni più disparate: libri in edizione economica e non, libri ricevuti in prestito, libri comprati all'estero (a Parigi compro volentieri dai bouquinistes o anche dal rifornitissimo Gibert Jeune, sul boulevard Saint-Michel, dove è possibile con appena venti euro portare via una decina di libri di tutto rispetto).
Spesso i libri li compro non necessariamente con l'intenzione di leggerli subito. Mi capita anzi di prenderli più volte in mano e di non sentire alcun trasporto. In questo caso li rimetto via in attesa di un momento più propizio.
Circa un mesetto fa ho costruito dunque una bella piletta con i libri candidati a una lettura imminente, volumi che ho accatastato l'uno sull'altro nell'ordine presunto di lettura: quello più in basso dovrebbe essere l'ultimo. Ma anche in questo caso si tratta di una ordine puramente provvisorio, suscettibile di sconvolgimenti improvvisi.
Ma lasciamo il terreno delle pie intenzioni per spostarci su quello delle letture realmente fatte.
Il primo che ho letto è stato “Le crime de Sylvestre Bonnard”, il primo romanzo di Anatole France. Me l'ha venduto un bouquiniste circa sei anni fa. È un'edizione del 1896, con la copertina marmorizzata incorniciata da un dorso di tela azzurra che raccoglie oltre trecento pagine color zafferano. La carta ha i margini irregolari e odora di altri tempi. È stata un'esperienza di lettura gradevole e nuova: le impressioni ricavate nel leggere le vicissitudini di un gentiluomo di un altro secolo, erudito e generoso, forse un po' ingenuo ma dall'animo profondamente umano e scevro da gretti conformismi, erano continuamente amplificate dalla percezione olfattiva (l'odore inconfondibile della carta antica), dalla quella visiva (il colore delle pagine) e dalla sensazione tattile (la ruvidità dei fogli, l'affiorare dei cordini della legatura). E così mi sono tuffata nella Parigi di fine Ottocento con la sensazione di poter respirare l'atmosfera che doveva aleggiare sulle sue strade e nelle sue case.
Poi ho letto “Come prima delle madri” di Simona Vinci. Una rivelazione. Una scrittura densa e non artefatta, una prosa asciutta ma capace di utilizzare le parole come fossero colori sulla tavolozza di un pittore impressionista. La giovane autrice con poche parole giuste riesce quasi sempre a rievocare visivamente paesaggi e atmosfere (il bosco, la campagna, la foschia, il greto del fiume,...) al tempo della resistenza partigiana contro il regime fascista. Il libro ci offre una storia cruda che, a mio parere si inserisce perfettamente nel filone dei romanzi di formazione. Leggetelo se potete. Io, dal canto mio, mi procurerò altri libri della Vinci (e pensare che questo romanzo l'avevo comprato almeno quattro anni fa e non lo avevo letto per le ragioni che ho scritto sopra!)
Quindi è stata la volta de "La lettrice bugiarda” di Brunonia Barry. Si è trattato di un prestito da parte di mia sorella. L'ho letto in pochissimo tempo, completamente affascinata dall'ambientazione a Salem, città portuale famosa per la caccia alle streghe. Mi è sembrato perfino di sentire l'odore salino delle strade assolate mentre macinavo pagine su pagine, immedesimandomi nel dramma di una donna considerata stramba, se non addirittura pazza, a causa degli effetti devastanti prodotti sulla sua psiche dalla perdita della sorella gemella. Infine, cosa che non guasta, ho potuto godermi un finale a sorpresa davvero... sorprendente.
Inoltre la storia della “lettura del pizzo” ha suggerito a me e a mia sorella l'idea di avviare un'attività del genere nei nostri rispettivi retrobottega. Chissà che non funzioni.
Il quarto romanzo di cui vi parlo è stata un'altra maratona. Parlo de “La tredicesima storia” di Diane Setterfield, una storia che mi ha preso proprio per il suo gusto di raccontare. È una storia cruda e a tratti spettrale ambientata nel nebbioso e verde Yorkshire. Anche qui un finale a sorpresa. La giovane libraria Margaret Lea, anche lei affetta dalla sindrome “della gemella persa”, dopo avere vagato nella ricca magione della misteriosissima scrittrice Vida Winter, che l'ha nominata sua biografa ufficiale, dopo aver percorso in lungo e in largo il parco lugubre con il suo labirintico andamento sottolineato dagli enormi tassi scuri sapientemente modellati dalle cesoie di un taciturno giardiniere, dopo essersi persa nei tortuosi meandri dei terribili misteri che riguardano il passato della scrittrice e la sua particolarissima famiglia, dopo avere bevuto un numero pressoché infinito di cioccolate bollenti, perviene infine alla Verità, cioè alla misteriosa tredicesima storia. Da leggere per trasferirsi immediatamente in un mondo cupo ma affascinante.
Ieri sera, infine, ho iniziato “Stupeur et tremblements” di Amélie Nothomb, uscito in Italia con il titolo “Stupore e tremori”, un libriccino così piccolo e smilzo che neanche il tempo di aprirlo l'ho già terminato. Devo dire che non è niente di trascendentale, però mi ha strappato più di qualche risata per la situazione surreale in cui si trova la narratrice, una giovane belga con la passione per il giapponese, assunta con un contratto di un anno in un'impresa di Tokyo. Nell'azienda la giovane fa una brillante carriera al contrario, passando dall'ufficio contabilità - che mina definitivamente la sua debole autostima - ad altre mansioni meno intellettuali, come aggiornare quotidianamente i calendari dei vari uffici o servire il tè e il caffè, fino ad arrivare ad essere assegnata alla pulizia delle toilette. Gustosa l'analisi della mentalità nipponica. Da leggere per distendersi un po'.
Qualcuno forse penserà: "E adesso cosa stai leggendo?"
Nell'eventualità, rispondo: “Alla prossima”
(Ah, sono bene accetti commenti e suggerimenti di lettura).
E' tanto che non scrivo niente.
Così (giusto per riprendere i contatti) posto questo brevissimo scritto che mi auguro non faccia cadere nessuno in depressione.
Lo pubblico con un po' di tenerezza perchè l'ho trovato abbandonato (e non senza giusta causa!)da almeno tre o quattro lustri in fondo a un cassettino... ino... ino... ino!
Spero nessuno me ne vorrà!
Morte nel pomeriggio
Mascia e Linka se ne stanno al tavolino del bar da almeno cinque minuti a gustarsi il fondo zuccherino rimasto nelle tazzine di caffè.
- Linka, per caso hai letto Il Signore delle mosche di William Golding?
- Non ancora, pourquoi? Ne vale la pena?
- Dipende. A dire il vero, quell’inglese mi sembra un opportunista buono solo a farsi bello con le penne altrui…
- Vraiment? Non credo di avere ben capito il concetto… no, cara, non affannarti a spiegarmelo, fa lo stesso, sono sicura che sopravvivrò comunque. Mica possiamo essere tutte intellettuali come te. Lo sai che preferisco lo sport alla lettura. Non so cosa darei per fare un po’ di sci nautico, se non fosse per il mio terrore dell’acqua… per fortuna mi rifaccio nella discesa libera.
- Ho capito, Linka, sei la solita ignorante, con te si può parlare solo di spazzatura.
Prendono un altro po’ di zucchero dalla tazzina. Mascia assume un’espressione tra il languido e il rapito.
- Uhmmm, tesoro, assaggia un po’ questo!
- Perché dovrei, Mascia chérie? Ha forse qualcosa di speciale che il mio non ha? In fondo si tratta solo di sucre sciolto nel caffè…
- Ti sbagli, gioia, questo doveva essere un caffè boliviano a lenta tostatura addolcito con puro zucchero di canna.
- Come no, quella che ti sei fumata poco fa, mon petit chou.
Continuando a gustare quel nettare prelibato, Linka sghignazza con antipatica soddisfazione verso Mascia che invece è visibilmente contrariata.
- Attenta, Linka, smetti di ciambellare così in quella tazzina, il gioco che stai facendo è pericoloso, lo sai. Potresti finire per restarci per sempre a questo tavolo. Di questi tempi la gente si spazientisce facilmente, va a finire che prima o poi t’imbatti proprio col tipo che magari ha preso troppi caffè e vuole sfogare il suo nervosismo sulla prima che gli capita a tiro.
- Ma sentitela, mi scoccia tutto il giorno, è sempre lì a farmi le prediche, non mi lascia respirare, ça m’étouffe. Io voglio vivere la mia vita come mi pare, lunga o breve che sia, senza stare sempre a pensare al peggio. E invece lo sai cosa mi succede a ogni passo? Mi trovo davanti te, la grande Mascia, la sconocchiata del paese.
- Ah si? Allora Linka sai che ti dico?
- No.
- Vaffa!
- Merci. Ma per favore adesso vai a delirare da un’altra parte!
Mascia si allontana profondamente amareggiata. Certo che avere una sorella del genere non porta nessun vantaggio. Ti restano solo le responsabilità e le rogne. Soddisfazioni nisba. Delusa, va ad appoggiarsi su un muretto e rimane ad osservare con aria torva quella maleducata scimunita di sua sorella. “Ma guardatela, la sporcacciona, tutta appiccicosa di zucchero e smancerie. Ingorda!”
In quel momento dal bar esce Piconzo, due metri di lardo e stupidità. Avrà buttato giù almeno una decina di caffè corretti, si vede che è alterato e che si guarda intorno come se cercasse qualcuno con cui prendersela. Posa il suo sguardo imbufalito su quella sventata di Linka che, come se niente fosse, continua a trastullarsi con lo sciroppo al caffè. Il bruto d’improvviso si ferma, piega in quattro la gazzetta dello sport e… sbemmmm! con un gesto deciso e fulmineo spalma Linka sul tavolino. Poi se ne va come se niente fosse, lo stronzo!
Mascia si volta per non guardare, poi prende il volo e va a posarsi sul tavolinetto del bar dove giace quel che resta di Linka. Con gli occhi pieni di lacrime e la voce strozzata, le grida:
- Cretina, te l’avevo detto!
È uno di quei giorni in cui non hai energie, quando tutto ti sembra impregnato dello stesso grigio del cielo, un giorno senza entusiasmi, senza sfumature, senza voglia di fare o di non fare, un giorno da disfare, da cambiare, da reindirizzare. Un giorno buono solo per prendere in considerazione, a una a una, tutte le cose che non vanno dentro e fuori di te. Ma poi non è nemmeno questo. Non so come trovare le parole.
Ma poi mi chiedo: a che pro cercare le parole giuste quando, prima di noi, qualcuno ha saputo esprimere straordinariamente questo malessere sottile che inquina l'anima e sembra scioglie nella trasparenza dell'acqua?
Parlo di una bellissima poesia di un grande poeta francese.
Riporto il testo originale perché questa cosa di cui sto parlando mi impedisce di tradurla in italiano
Comunque la poesia recita pressappoco così: «Piange il mio cuore come piove sulla città!»
Il pleure dans mon cœur
Il pleure dans mon cœur
Comme il pleut sur la ville;
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon cœur ?
O bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits !
Pour un cœur qui s'ennuie
O le chant de la pluie !
Il pleure sans raison
Dans ce cœur qui s'écœure.
Quoi ! nulle trahison ? ...
Ce deuil est sans raison.
C'est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi
Sans amour et sans haine
Mon cœur a tant de peine!
(Paul Verlaine)
Un saluto speciale e un bacio a Lilla che mi aspetta sempre, anche quando non arrivo mai.
Pomeriggio di febbraio
Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.
Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.
Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.
Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.
Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.
L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.
Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…
Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette.
Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.
Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.
Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.
Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.
La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.
Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.
Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.
La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.
Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.
Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.
Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.
Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.
In silenzio.
Di nuovo insieme.
Sorridendo di triste sollievo.
Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...
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e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola
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Pomeriggio di febbraio
Ho visto per l’ennesima volta “Il postino”, il toccante film tratto dal romanzo di Antonio Skármeta, mirabilmente interpretato da Massimo Troisi e da un credibilissimo Philippe Noiret nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda.
La morte improvvisa e prematura di Troisi, avvenuta a sole dodici ore dalla fine delle riprese, ha ispessito quel leggero velo di malinconia che aleggia sulla vicenda raccontata dal film, che pure si svolge nello scenario di scintillante bellezza di un’isola mediterranea librata tra mare e cielo e avvolta nell’abbraccio del sole.
Questa morte, dicevo, contribuisce a posteriori ad aumentare l’impatto emotivo del film e a moltiplicarne le potenzialità empatiche, come se, con un solo gesto, rinvigorisse le luci e le ombre sia del paesaggio anfrattuoso che del palcoscenico interiore dei personaggi.
La storia è semplice e bella perché il pudore con cui sono trattati i sentimenti più veri del protagonista non si spinge fino al punto da mistificarli, anzi li fa schiudere radiosi verso un avvenire illuminato dalla scoperta della poesia e del suo potere di arrivare al vero saltando a piè pari l’ovvio, il consueto, il banale.
Riguardando il film, non ho potuto fare a meno di essere incantata ancora una volta dalla straordinaria bellezza dei versi di Neruda, tratti dalla sua “Ode al mare”, che nel film il poeta recita all’umile postino desideroso di scoprire cosa sia una metafora (più giù, riporto i versi che ho ripescato nella “fantastiliosa” rete).
Vi invito a fare un esperimento, che faccio anch’io con grande piacere, vale a dire a leggere i versi che seguono ad alta voce, seguendo il loro ritmo. I versi più brevi faranno accelerare il ritmo in modo tale a “riprodurre” il respiro e il movimento del mare (ah, quelle sette tigri verdi!). Se sarete fortunati, riuscirete a percepire perfino lo sciabordio delle onde.
Qui nell’isola, il mare,
e quanto mare
esce da sé, a ogni istante,
dice di sì
dice di no
poi di no
nell’azzurro, nella spuma
nel galoppo
dice di no
poi di no
non può stare
tranquillo
- mi chiamo mare - ripete
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla
allora
con sette lingue verdi
di sette tigri verdi
di sette cani verdi
di sette mari verdi
la percorre
la bacia
la inumidisce
e si batte il petto
ripetendo il suo nome.
Attendo smentite o conferme.
È arrivata l’estate. E con l’estate è arrivato anche il caldo spesso eccessivo che ti fa desiderare che scenda presto la notte. Allora adesso voglio parlarvi di una piccola gemma offerta dalle notti siciliane. Chiudete gli occhi e immaginate il buio. A volte è profondo e senza luna, né stelle. Altre volte è invece rischiarato tenuemente da mille puntini luminosi che trafiggono le tenebre più dense. In ogni caso siete in un giardino appena annaffiato: le foglie sono impreziosite da gocce scintillanti e la terra umida promana una frescura odorosa attraversata da mille profumi.
A questo punto ho a portata di mano tutto quello che mi serve per celebrare un connubio purissimo. Lo sposo è un bell’arbusto di Aloysia triphylla, comunemente chiamato Verbena Citriodora o anche Cedronella. In estate i miei cespugli di cedronella, infatti, non si stancano di infittirsi di sempre nuove propaggini, cariche di foglie verdissime che, se leggermente strofinate, odorano di cedro, di limone e di muschio. L’odore un po’aspro e agrumato della cedronella ha però bisogno di una sposa candida e sontuosa, regale nella sua meravigliosa semplicità, dolce e vellutata come il suo profumo antico. E così, anche se la notte non dovesse essere stellata, io possiedo il mio piccolo firmamento in miniatura, cioè la mia siepe di gelsomino aggrappata al muretto di recinzione che nel buio appare delicatamente punteggiata di piccoli fiori bianchi dall’incredibile profumo.
Ormai è diventato un vizio, una vera e propria dipendenza: d’estate non riesco ad andarmene a nanna senza il mio piccolo bouquet profumato di agrumi e zucchero candito da mettere sul comodino. Sarà per questo che faccio spesso bei sogni?
Oggi sono andata in campagna. A circa
Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.
Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.
Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.
La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.
Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini
Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......
Mi ricordo bene di quella mattina, filavamo su due ruote per stradine di campagna odorose di erbe seccate dal solleone e punteggiate dal frinire delle cicale. Ma ad ogni curva ci sorprendeva l’alito fresco che spirava dai costoni folti di querce e castagni e la loro ombra mobile ci accarezzava il viso e le braccia, ci abbacinava con il suo buio misterioso e amico. Nell’intenso polverio di luce tutto ciò che era tenero e indifeso e vivo ardeva fino a consumarsi, fino a diventare una chiara parvenza di se stesso.
Ma alla quart’ultima curva qualcosa era successo. Il corpo delle pietre, della polvere, dei muri, degli alberi, il corpo di tutte le cose era ormai saturo di quella luce incandescente che, non più assorbita, veniva respinta e restituita al suo artefice. E così nel punto di incontro tra i raggi solari più intensi e il loro riflesso che tornava indietro era sorto il miraggio. Un grumo informe di terra aveva cominciato a crescere, a lievitare nell’aria liquida, nella magica circonferenza tracciata dai muri. Poi la materia aveva ceduto alla spinta della forma ed era apparso lui: il Paese Imperscrutabile, il Regno del Silenzio e dell’Assenza,
... e affinchè possa essere una festa degna di essere celebrata, l'augurio che faccio a me stessa e a tutte le donne è quello di viverne a pieno il significato originario, di apprezzare con vera coscienza il cammino spesso difficile e lento che ha portato le donne verso l'indipendenza di pensiero e di azione (e viste le premesse, non mi sembra davvero una cosa da poco!)
C'è ancora tanto da fare, ma le fatue celebrazioni tanto di moda oggi non ci aiutano in questo senso, anzi diventano un altro ostacolo, una barriera sorda e invalicabile che rischia offuscare la nostra consapevolezza e di separarci dal vero senso delle cose.
Allora, sapete che vi dico?
Abbasso le cene con più o meno raffinati spogliarelli per donne "emancipate" e avanti tutta con sentimenti come l'amicizia, la speranza e la solidarietà, che guarda caso sono donne pure loro, ma anche la voglia di passare insieme un pomeriggio, una serata, una vacanza, di scambiarsi idee e opinioni, di gratificarsi reciprocamente con un piccolo gesto, un libro, un fiore, una poesia.
Ecco, appunto, una poesia che mi piace molto...
Donna
di Umberto Saba
Quand’eri
giovinetta pungevi
come una mora di macchia. Anche il piede
t’era un’arma, o selvaggia.
Eri difficile a prendere.
Ancora
giovane, ancora
sei bella. I segni
degli anni, quelli del dolore, legano
l’anime nostre, una ne fanno. E dietro
i capelli nerissimi che avvolgo
alle mie dita, più non temo il piccolo
bianco puntuto orecchio demoniaco.
Il sipario delle tenebre si apre
e
lenta
inizia la liturgia del giorno.
Procelle di luce innalzano metamorfosi di draghi
in accavallato splendore.
Nella distesa del mattino,
combatte il cavaliere
l’eroica inutile battaglia
e il suo sangue
già tinge
di porpora
le vesti dell’aurora.
Si, insisto ancora con questa storia della metafore, del loro potere, della loro magia, ecc. (ved. post del 2 e del 24 novembre).
L'idea che mi è venuta è quella di privilegiare una rilettura della realtà, o meglio di gettare uno sguardo diverso sulla realtà.
Per essere concreta, posterò subito dopo una mia poesia che esprime una mia personale (e un po' epica) visione dell'alba.
Amo i cannoli: che siano ripieni di candida ricotta zuccherina o di irresistibile crema pasticciera, li amo. A condizione che siano di fattura siciliana, insomma - per intenderci - a condizione che siano quelli veri, gli originali, quelli cioè che dentro un involucro croccante e sottile ospitano un cuore incredibilmente goloso e che quando li addenti si frantumano in schegge di imprevedibili proporzioni che però restano miracolosamente “tenute su” proprio dal loro prodigioso ripieno.
Eppure vederli (i cannoli) ammonticchiati in un vassoio sorretto dalla mano paffuta del nostro governatore di Sicilia, che invitava una folla più o meno istituzionale al loro completo annientamento, mi è sembrato un caso di sinistra quanto efficace comunicazione di massa.
Simbolo di una Sicilia ricca di gusto, di piaceri e di bellezza, gli innocenti cannoli, improvvisamente finiti tra le mani di Cuffaro, si sono trasformati in qualcos’altro: nel simbolo di una sicilianità usata come carnascialesco intrattenimento per palati volgari. Cuffaro deve avere inteso sottolineare così la propria trionfale sicilianità nel momento in cui la magistratura con suo grande (e pubblicamente manifestato) sollievo lo condannava a “soli” cinque anni: non c’è che dire, siamo sicuri che qualsiasi persona perbene al suo posto avrebbe fatto lo stesso…(festeggiare, dico!)
Quel vassoio di cannoli per un attimo mi è parso riassumere la grottesca situazione dell’intera Sicilia: mercanzia pregiata, data in pasto agli apparati del potere politico ed economico, con la netta sensazione che il soggetto da governare è diventato ormai solo un oggetto di consumo in un ignobile festino che chissà per quanto tempo ancora continuerà a consumarsi alle spalle dei siciliani.
Ah, dimenticavo. Credo che per un po’ di tempo non mangerò cannoli…
Nego di amarti,
nego che ti amerò,
nego di averti amato,
nego di avere detto di amarti,
nego di avere detto di averti amato,
nego che ti amo,
nego il mio amore,
nego di affermare il mio amore,
nego di avere detto di affermare il mio amore,
nego di avere detto che ti amo,
nego qualsiasi cosa abbia a che fare con il mio amore per te.
Nego, nego, nego,
solennemente
nego
di negare il mio amore per te.
Di Andrea De Carlo avevo letto qualche tempo fa Giro di vento, romanzo che mi aveva piacevolmente colpita: una trama esile ma densa di dinamiche psicologiche finemente osservate e messe a nudo, con una scrittura asciutta, pronta a catturare ogni minima oscillazione dei pensieri e dei movimenti del cuore.
Fondatamente speranzosa, dunque, un paio di giorni fa ho aperto Mare delle verità.
A favore dell’acquisto di questo libro aveva deposto prima di tutto la bontà dell’unico romanzo di Andrea De Carlo che avevo letto e in secondo luogo, ma non in piccola parte, la copertina. Sissignori, la copertina.
Tranquilli, di solito non scelgo i libri da comprare sulla base della loro copertina. Questa volta però la copertina era fatta di mare, un mare di uno scintillante e gelido argento, molto simile a questo qui. Il fatto che quel mare fosse stato fotografato e scelto dallo stesso autore, che evidentemente lo aveva percepito come emblematico del suo romanzo, mi pareva una garanzia in più. Magari avrei ritrovato quel mare dentro il libro, con il brusio delle parole a simulare il fruscio delle onde e il gorgogliare della risacca.
E invece…
… ho trovato molto di più. Andrea De Carlo ha scritto libro davvero bello e molto coinvolgente. Figurarsi che per non interrompere troppo a lungo la lettura, sono stata costretta a improvvisare qualche pasto a dir poco frugale (con prevedibile immensa letizia della mia metà, che non ama certo i pasti equilibrati) e a restare alzata fino alle due di notte, non tanto per vedere come andava a finire (anche se un po’ di giallo c’è) ma piuttosto per non spezzare quel filo tenue che teneva in piedi un piccolo mondo coerente. Un mondo diverso eppure stranamente familiare, sia nei suoi più beceri costumi (stupende le descrizioni di Fabio, uomo politico di successo nonché fratello del protagonista, costantemente impegnato a inseguire la sua “festa in movimento”), sia nelle più intime emozioni sempre così difficili da dire.
E a proposito di emozioni, ho trovato bella ed avvincente la storia d’amore tra Mette, la straniera piena di ideali e di temperamento, e Lorenzo Telmari, l’uomo tutto essere e niente apparire, capace di nutrire passioni e sentimenti e di rimettersi in gioco integralmente (dove trovarlo uno così?).
Bilancio: bel libro, bella scrittura e bella copertina… ah, dimenticavo, il mare dentro c’è, eccome.
Grazie ADC.
