mercoledì, 22 luglio 2009

Letture estive

Estate uguale lettura.

Ma da quanto tempo non riuscivo a leggere a ruota libera senza sentirmi in colpa? Non me ne ricordo nemmeno.


Comunque quest'estate ho deciso di scegliere i libri da leggere senza seguire un criterio preciso, se non quello del mio personale “aggradamento” e così ho attinto a piene mani alla mia scorta di libri comprati nelle occasioni più disparate: libri in edizione economica e non, libri ricevuti in prestito, libri comprati all'estero (a Parigi compro volentieri dai bouquinistes o anche dal rifornitissimo Gibert Jeune, sul boulevard Saint-Michel, dove è possibile con appena venti euro portare via una decina di libri di tutto rispetto).


Spesso i libri li compro non necessariamente con l'intenzione di leggerli subito. Mi capita anzi di prenderli più volte in mano e di non sentire alcun trasporto. In questo caso li rimetto via in attesa di un momento più propizio.


Circa un mesetto fa ho costruito dunque una bella piletta con i libri candidati a una lettura imminente, volumi che ho accatastato l'uno sull'altro nell'ordine presunto di lettura: quello più in basso dovrebbe essere l'ultimo. Ma anche in questo caso si tratta di una ordine puramente provvisorio, suscettibile di sconvolgimenti improvvisi.


Ma lasciamo il terreno delle pie intenzioni per spostarci su quello delle letture realmente fatte.


Il primo che ho letto è stato “Le crime de Sylvestre Bonnard”, il primo romanzo di Anatole France. Me l'ha venduto un bouquiniste circa sei anni fa. È un'edizione del 1896, con la copertina marmorizzata incorniciata da un dorso di tela azzurra che raccoglie oltre trecento pagine color zafferano. La carta ha i margini irregolari e odora di altri tempi. È stata un'esperienza di lettura gradevole e nuova: le impressioni ricavate nel leggere le vicissitudini di un gentiluomo di un altro secolo, erudito e generoso, forse un po' ingenuo ma dall'animo profondamente umano e scevro da gretti conformismi, erano continuamente amplificate dalla percezione olfattiva (l'odore inconfondibile della carta antica), dalla quella visiva (il colore delle pagine) e dalla sensazione tattile (la ruvidità dei fogli, l'affiorare dei cordini della legatura). E così mi sono tuffata nella Parigi di fine Ottocento con la sensazione di poter respirare l'atmosfera che doveva aleggiare sulle sue strade e nelle sue case.


Poi ho letto “Come prima delle madri” di Simona Vinci. Una rivelazione. Una scrittura densa e non artefatta, una prosa asciutta ma capace di utilizzare le parole come fossero colori sulla tavolozza di un pittore impressionista. La giovane autrice con poche parole giuste riesce quasi sempre a rievocare visivamente paesaggi e atmosfere (il bosco, la campagna, la foschia, il greto del fiume,...) al tempo della resistenza partigiana contro il regime fascista. Il libro ci offre una storia cruda che, a mio parere si inserisce perfettamente nel filone dei romanzi di formazione. Leggetelo se potete. Io, dal canto mio, mi procurerò altri libri della Vinci (e pensare che questo romanzo l'avevo comprato almeno quattro anni fa e non lo avevo letto per le ragioni che ho scritto sopra!)


Quindi è stata la volta de "La lettrice bugiarda” di Brunonia Barry. Si è trattato di un prestito da parte di mia sorella. L'ho letto in pochissimo tempo, completamente affascinata dall'ambientazione a Salem, città portuale famosa per la caccia alle streghe. Mi è sembrato perfino di sentire l'odore salino delle strade assolate mentre macinavo pagine su pagine, immedesimandomi nel dramma di una donna considerata stramba, se non addirittura pazza, a causa degli effetti devastanti prodotti sulla sua psiche dalla perdita della sorella gemella. Infine, cosa che non guasta, ho potuto godermi un finale a sorpresa davvero... sorprendente.


Inoltre la storia della “lettura del pizzo” ha suggerito a me e a mia sorella l'idea di avviare un'attività del genere nei nostri rispettivi retrobottega. Chissà che non funzioni.


Il quarto romanzo di cui vi parlo è stata un'altra maratona. Parlo de “La tredicesima storia” di Diane Setterfield, una storia che mi ha preso proprio per il suo gusto di raccontare. È una storia cruda e a tratti spettrale ambientata nel nebbioso e verde Yorkshire. Anche qui un finale a sorpresa. La giovane libraria Margaret Lea, anche lei affetta dalla sindrome “della gemella persa”, dopo avere vagato nella ricca magione della misteriosissima scrittrice Vida Winter, che l'ha nominata sua biografa ufficiale, dopo aver percorso in lungo e in largo il parco lugubre con il suo labirintico andamento sottolineato dagli enormi tassi scuri sapientemente modellati dalle cesoie di un taciturno giardiniere, dopo essersi persa nei tortuosi meandri dei terribili misteri che riguardano il passato della scrittrice e la sua particolarissima famiglia, dopo avere bevuto un numero pressoché infinito di cioccolate bollenti, perviene infine alla Verità, cioè alla misteriosa tredicesima storia. Da leggere per trasferirsi immediatamente in un mondo cupo ma affascinante.


Ieri sera, infine, ho iniziato “Stupeur et tremblements” di Amélie Nothomb, uscito in Italia con il titolo “Stupore e tremori”, un libriccino così piccolo e smilzo che neanche il tempo di aprirlo l'ho già terminato. Devo dire che non è niente di trascendentale, però mi ha strappato più di qualche risata per la situazione surreale in cui si trova la narratrice, una giovane belga con la passione per il giapponese, assunta con un contratto di un anno in un'impresa di Tokyo. Nell'azienda la giovane fa una brillante carriera al contrario, passando dall'ufficio contabilità - che mina definitivamente la sua debole autostima - ad altre mansioni meno intellettuali, come aggiornare quotidianamente i calendari dei vari uffici o servire il tè e il caffè, fino ad arrivare ad essere assegnata alla pulizia delle toilette. Gustosa l'analisi della mentalità nipponica. Da leggere per distendersi un po'.


Qualcuno forse penserà: "E adesso cosa stai leggendo?"


Nell'eventualità, rispondo: “Alla prossima”


(Ah, sono bene accetti commenti e suggerimenti di lettura).







sabato, 11 aprile 2009

è uno di quei giorni così




È uno di quei giorni in cui non hai energie, quando tutto ti sembra impregnato dello stesso grigio del cielo, un giorno senza entusiasmi, senza sfumature, senza voglia di fare o di non fare, un giorno da disfare, da cambiare, da reindirizzare. Un giorno buono solo per prendere in considerazione, a una a una, tutte le cose che non vanno dentro e fuori di te. Ma poi non è nemmeno questo. Non so come trovare le parole.


Ma poi mi chiedo: a che pro cercare le parole giuste quando, prima di noi, qualcuno ha saputo esprimere straordinariamente questo malessere sottile che inquina l'anima e sembra scioglie nella trasparenza dell'acqua?


Parlo di una bellissima poesia di un grande poeta francese.


Riporto il testo originale perché questa cosa di cui sto parlando mi impedisce di tradurla in italiano


Comunque la poesia recita pressappoco così: «Piange il mio cuore come piove sulla città!»








Il pleure dans mon cœur





Il pleure dans mon cœur

Comme il pleut sur la ville;

Quelle est cette la
ngueur

Qui pénètre mon cœur ?





O bruit doux de la pluie

Par terre et sur les toits !

Pour un cœur qui s'ennuie

O le chant de la pluie !





Il pleure sans raison

Dans ce cœur qui s'écœure.

Quoi ! nulle trahison ? ...

Ce deuil est sans raison.





C'est bien la pire peine

De ne savoir pourquoi

Sans amour et sans haine

Mon cœur a tant de peine!





(Paul Verlaine)








Un saluto speciale e un bacio a Lilla che mi aspetta sempre, anche quando non arrivo mai.




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mercoledì, 25 febbraio 2009

Ed ecco il raccontino surreale!

Pomeriggio di febbraio


 


 


Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.


 


Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.


 


Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.


 


Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.


 


Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.


 


L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.


 


Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…


 


Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette. 


 


Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.


 


Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.


 


Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.


 


Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.


 


La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.


 


Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.


 


Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.


 


La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.


 


Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.


 


Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.


 


Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.


 


Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.


 


In silenzio.


 


Di nuovo insieme.


 


Sorridendo di triste sollievo.


 

domenica, 22 febbraio 2009

Foto della domenica

 




Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...




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mare aperto




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e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola




 .




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Pomeriggio di febbraio




 


... à la prochaine

 


domenica, 01 febbraio 2009

Passione e ragione

 

Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.

Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.

Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.

E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...

.

 

 mare in tempesta

 

E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.

Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.

Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…

 dopo la tempesta

...

...

… il fiume dovrà sempre finire nel mare.

 

postato da: giadanila alle ore 09:49 | link | commenti (6)
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mercoledì, 03 dicembre 2008

Di sette tigri verdi

Ho visto per l’ennesima volta “Il postino”, il toccante film tratto dal romanzo di Antonio Skármeta, mirabilmente interpretato da Massimo Troisi e da un credibilissimo Philippe Noiret nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda.

La morte improvvisa e prematura di Troisi, avvenuta a sole dodici ore dalla fine delle riprese, ha ispessito quel leggero velo di malinconia che aleggia sulla vicenda raccontata dal film, che pure si svolge nello scenario di scintillante bellezza di un’isola mediterranea librata tra mare e cielo e avvolta nell’abbraccio del sole.

Questa morte, dicevo, contribuisce a posteriori ad aumentare l’impatto emotivo del film e a moltiplicarne le potenzialità empatiche, come se, con un solo gesto, rinvigorisse le luci e le ombre sia del paesaggio anfrattuoso che del palcoscenico interiore dei personaggi.

La storia è semplice e bella perché il pudore con cui sono trattati i sentimenti più veri del protagonista non si spinge fino al punto da mistificarli, anzi li fa schiudere radiosi verso un avvenire illuminato dalla scoperta della poesia e del suo potere di arrivare al vero saltando a piè pari l’ovvio, il consueto, il banale.

Riguardando il film, non ho potuto fare a meno di essere incantata ancora una volta dalla straordinaria bellezza dei versi di Neruda, tratti dalla sua “Ode al mare”, che nel film il poeta recita all’umile postino desideroso di scoprire cosa sia una metafora (più giù, riporto i versi che ho ripescato nella “fantastiliosa” rete).

Vi invito a fare un esperimento, che faccio anch’io con grande piacere, vale a dire a leggere i versi che seguono ad alta voce, seguendo il loro ritmo. I versi più brevi faranno accelerare il ritmo in modo tale a “riprodurre” il respiro e il movimento del mare (ah, quelle sette tigri verdi!). Se sarete fortunati, riuscirete a percepire perfino lo sciabordio delle onde.

Qui nell’isola, il mare,
e quanto mare
esce da sé, a ogni istante,
dice di sì
dice di no
poi di no
nell’azzurro, nella spuma
nel galoppo
dice di no
poi di no
non può stare
tranquillo
- mi chiamo mare - ripete
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla
allora
con sette lingue verdi
di sette tigri verdi
di sette cani verdi
di sette mari verdi
la percorre
la bacia
la inumidisce
e si batte il petto
ripetendo il suo nome.

 

Attendo smentite o conferme.

domenica, 21 settembre 2008

Allo sbando!

Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.

Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.

La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi  bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.

Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon,  anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con  la matematica e fatti furbo…

Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.

E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.

mercoledì, 02 luglio 2008

Notti siciliane

 

È arrivata l’estate. E con l’estate è arrivato anche il caldo spesso eccessivo che ti fa desiderare che scenda presto la notte. Allora adesso voglio parlarvi di una piccola gemma offerta dalle notti siciliane. Chiudete gli occhi e immaginate il buio. A volte è profondo e senza luna, né stelle. Altre volte è invece rischiarato tenuemente da mille puntini luminosi che trafiggono le tenebre più dense. In ogni caso siete in un giardino appena annaffiato: le foglie sono impreziosite da gocce scintillanti e la terra umida promana una frescura odorosa attraversata da mille profumi.

A questo punto ho a portata di mano tutto quello che mi serve per celebrare un connubio purissimo. Lo sposo è un bell’arbusto di Aloysia triphylla, comunemente chiamato Verbena Citriodora o anche Cedronella. In estate i miei cespugli di cedronella, infatti, non si stancano di infittirsi di sempre nuove propaggini, cariche di foglie verdissime che, se leggermente strofinate, odorano di cedro, di limone e di muschio. L’odore un po’aspro e agrumato della cedronella ha però bisogno di una sposa candida e sontuosa, regale nella sua meravigliosa semplicità, dolce e vellutata come il suo profumo antico. E così, anche se la notte non dovesse essere stellata, io possiedo il mio piccolo firmamento in miniatura, cioè la mia siepe di gelsomino aggrappata al muretto di recinzione che nel buio appare delicatamente punteggiata di piccoli fiori bianchi dall’incredibile profumo.

Ormai è diventato un vizio, una vera e propria dipendenza: d’estate non riesco ad andarmene a nanna senza il mio piccolo bouquet profumato di agrumi e zucchero candito da mettere sul comodino. Sarà per questo che faccio spesso bei sogni?

 

postato da: giadanila alle ore 10:21 | link | commenti (7)
categorie: parole, pensieri, natura, sogni, sicilia, emozioni, magia, muri, notte
martedì, 10 giugno 2008

La ragazzina di Ingolstadt e il suo personale Purgatorio

Siamo in Germania, nella gretta e grigia provincia bavarese di inizio Novecento, e più precisamente nella cittadina di Ingolstadt. Ci sono tanti grandi palazzi, dimore austere e salde, che portano inscritti nella loro mesta architettura i rigidi comandamenti sociali: obbedienza, osservanza cieca dei precetti morali e religiosi, conformismo borghese, rifiuto della diversità. Naturalmente tra le pieghe della norma si annidano con grande facilità sentimenti come la superstizione e la bigotteria.

Come viene su una ragazzina che vive sulla propria pelle, giorno dopo giorno, l’esperienza della coercizione, della delazione, dell’insopportabile peso della morale comune che tutto analizza, giudica e condanna? Io credo che debba crescere e diventare adulta portandosi il riflesso di quel grigio nello sguardo e la triste arrendevolezza di chi capisce che la vera vita non è quella, eppure sa non c’è via di scampo o forse piuttosto non osa ribellarsi.

Quella ragazzina dallo sguardo dolce e triste si chiama Marieluise Fleisser. La scrittura l’ha aiutata a sopravvivere nel suo mondo plumbeo fatto di rigore, ottusità e ipocrisia.

Qualcuno ha letto il testo teatrale Purgatorio ad Ingolstadt, titolo originale: Fegefeuer in Ingolstadt? Forse no, ma si può sempre rimediare. Non è di amenissima lettura, lo so, ma ha qualcosa di speciale e poi è così breve che non richiede un eccessivo impegno. All’epoca lessi il testo in lingua originale per motivi di studio, lo tradussi in italiano e successivamente ebbi modo di leggere una bella traduzione di Umberto Gandini. Oggi è possibile leggere questo testo nella traduzione di Teodoro Scamardi (non so se sarà facile reperirlo, io ne ho trovato traccia in rete), studioso che si è occupato più volte di Marieluise.

Di questo dramma, a distanza di vent’anni, ricordo ancora l’atmosfera opprimente e l’angosciante sensazione di non avere alternative. Non succede niente di veramente tragico in questa storia tedesca di primo Novecento. Il senso di oppressione nasce dalla verità del testo, una verità mai pronunciata, ma che si desume dall’insieme delle battute dei personaggi. Quello che più mi ha colpito di questa scrittura teatrale è il linguaggio che qui non svolge la sua funzione propria, vale a dire quella di comunicare, ma fa esattamente il contrario, cioè erige barriere invalicabili tra le persone, soffocando sul nascere ogni slancio generoso e ogni ideale. Questo linguaggio rivela a ogni passo che l’unico imperativo che l’individuo rispetta è dettato dal Rudelgesetz, cioè dalla legge del branco, che diventa assoluta anche se va in una direzione opposta agli interessi di chi vi si assoggetta.

E così succede che due persone, i giovani Olga e Roelle, per ragioni diverse ma entrambe inerenti alla sfera del pregiudizio, si trovano emarginate e addirittura messe al bando. Queste due persone potrebbero avvicinarsi, sostenersi e comprendersi meglio di chiunque altro, potrebbero manifestarsi una reciproca solidarietà. Invece, paradossalmente, si ritrovano l’una contro l’altra perché ciascuna di esse, in ossequio alla legge del branco, vede il suo “compagno di sventura” come un estraneo da allontanare e isolare. Questa ulteriore mancanza di pietà non è che un disperato tentativo di essere riconosciuti dal branco e di appartenervi, di essere accomunati al gruppo anche solo dal disprezzo verso una creatura fragile e indifesa al pari del proprio io.

Riuscite a immaginare qualcosa di più crudele?

Eppure vi assicuro che è proprio quello che succede nella nostra società a tutti i livelli. I libri dunque, anche quelli che potrebbero parere datati, possiedono la straordinaria capacità di farci conoscere noi stessi e quanto di profondamente radicato esiste nella natura dell’uomo. E naturalmente di farci riflettere.

E scusate se è poco?

 

P.S.: una precisazione per amore di verità: al giorno d’oggi, per fortuna, Ingolstadt è una bellissima città dell’accogliente Baviera, una città piena di fiori e di zone pedonali che rendono gradevolissima una passeggiata per le belle strade lastricate del centro.

venerdì, 06 giugno 2008

Son le cose che pensano

Siamo abituati a considerare gli oggetti come cose. Niente di più scontato dell’asserzione: noi (gli esseri viventi) pensiamo, le cose sono e basta. Provate a cambiare un po’ questa normale prospettiva e vi ritroverete catapultati in un universo parallelo in cui le cose pensano e hanno sentimenti e, udite udite, pensano e amano proprio noi. Noi, a differenza di quello che facciamo di solito, nell’universo parallelo siamo diventati oggetto del pensiero delle cose e da bravi oggetti ci comportiamo, siamo cioè scomponibili e meccanizzati e non ci preoccupiamo del fatto di non avere sentimenti.

Certo,  è davvero una prospettiva inedita.

Eppure se pensiamo alle frontiere della chirurgia estetica, all’egemonia dei mezzi di comunicazione, primo fra tutti l’onnipresente (e quasi onnipotente) cellulare, all’impoverimento generale di tutte le attività che presuppongono il ragionamento (vedi il grande rifiuto delle nuove generazioni di applicarsi allo studio della matematica), se pensiamo a questo e ad altro ancora, ecco allora che la canzone di Lucio Battisti   “Le cose che pensano” (testo di Pasquale Panella) non è poi così surreale.

Trascrivo qui il testo della canzone, tratta dall’album “Don Giovanni”, per darne un’idea a chi non la conoscesse, ma consiglio caldamente di ascoltarla: la musica è deliziosa e riesce a riprodurre a meraviglia quella leggera e un po’ inquietante sensazione di “straniamento”.

 

Le cose che pensano

In nessun luogo andai
per niente ti pensai
e nulla ti mandai
per mio ricordo
sul bordo m'affacciai
d'abissi belli assai
su un dolce tedio a sdraio
amore ti ignorai
invece costeggiai i lungomai
m'estasiai, ti spensierai
m'estasiai, e si spostò
la tua testa estranea
che rotolò
cadere la guardai
riflessa tra ghiacciai
sessanta volte che cacciava fuori
la lingua e t'abbracciai
di sangue m'inguaiai
tu quindi come stai
se è lecito che fai
in quell'attualità che pare vera
come stai, 
ti smemorai, ti stemperai 
e come sta la straniera

lei come sta
son le cose che pensano ed hanno di te
sentimento.
esse t'amano e non io
come assente rimpiangono te
son le cose prolungano te
la vista l'angolai
di modo che tu mai
entrassi col viavai
di quando sei
dolcezza e liturgia
orgetta e leccornia
la prima volta che
ti vidi non guardai
da allora non t'amai
tu come stai, ah come stai
Rimpiangono te
son le cose, prolungano te
certe cose.

 

postato da: giadanila alle ore 16:46 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, musica, emozioni, fughe, metafore
domenica, 25 maggio 2008

Finestre

finestrella

Una finestra è un occhio sul mondo e, come un occhio, ha un grandissimo potere di regolazione. Sollevi la palpebra ed ecco che dal porto sicuro della tua piccola o grande dimora puoi raggiungere quello che c’è fuori di te, lontano da te oppure vicino, puoi coglierne dimensioni, colori, sfumature, chiaroscuri, movimenti. E ti basta semplicemente abbassare la palpebra ed ecco che si abbassa il sipario, le luci si spengono, tutto tace. Quel brulichio di tinte, il baluginare delle luci, le vibrazioni dell’aria, le metamorfosi della materia, le sbavature delle approssimazioni e i tremolii dei contorni restano là fuori, mentre dentro di te, adesso, impera sovrano il buio, la quiete, il silenzio, l’assenza.

O forse è il contrario?

postato da: giadanila alle ore 19:02 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, finestre, sicilia, magia, foto mie, muri, fughe, metafore
giovedì, 01 maggio 2008

Altri muri

muro scrigno

 

... poi ci sono altri muri.

Più che muri, sono magnifici forzieri costruiti sapientemente con schegge di antiche lave rapprese, con gli umori pietrificati di un vulcano bello e terribile come un nero angelo del giudizio.

Mani sagge hanno dunque creato queste solide architetture, pensate come scrigni atti a contenere il prezioso oro verde dei boschi, dei vigneti, dei frutteti e dei campi coltivati. Per circoscrivere i poderi, esse hanno eretto solidi contrafforti contro l’aggressione dell’alterità, si dovesse mai presentare sotto spoglie di animali da pascolo o di erbe infestanti o di devastanti incendi o di ruberie. Hanno affidato alla saldezza della pietra la fragilità della vita vegetale, tenera e commovente nella sua rigogliosa debolezza.

Erigendo quei muri, hanno elevato un canto nuovo alla natura e alla storia.

 

 

postato da: giadanila alle ore 22:17 | link | commenti (5)
categorie: pensieri, natura, sicilia, emozioni, foto mie, muri, metafore, etna
venerdì, 25 aprile 2008

Addio Aimé

Se n'è andato Aimé Césaire, poeta martinicano e fervente uomo di lotta, che ha trasmesso al suo grande popolo l'amore per la proprie radici e l'orgoglio di appartenere alla "negritudine". Una luce si è spenta, ma le sue parole continueranno a illuminare le menti e ad ardere della pienezza del loro significato.

Nel mio piccolo, anch'io voglio rendergli un modesto omaggio e lo faccio traducendo una sua poesia.

La ruota

La ruota è la più bella scoperta dell'uomo e la sola

c'è il sole che gira

c'è la terra che gira

c'è il tuo viso che gira sull'asse del tuo collo quando

piangi

ma voi minuti non vi riavvolgerete sulla bobina a

vivere il sangue lappato

l'arte di soffrire affilata come monconi d'albero dai

coltelli dell'inverno

la cerva ubriaca dal non bere

che mi posa sull'orlo inatteso il tuo

viso di goletta disalberata

il tuo viso

come un villaggio addormentato sul fondo di un lago

e che rinasce al giorno dell'erba e dell'anno

germe.

lunedì, 31 marzo 2008

Una rosa del mio giardino

rosa del mio giardino

Questa rosa è il mio pensiero per te che oggi non ci sei più.

Il tuo ricordo resterà per sempre nel cuore di chi ti ha conosciuta e amata, delicato e persistente come il profumo di questo fiore.

Sono felice di avere avuto una zia come te.

 

 

postato da: giadanila alle ore 19:57 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, ricordi, vita, tristezza, foto mie
giovedì, 20 marzo 2008

Vorrei essere come una saia

Le saie dei giardini siciliani sono dei canali in muratura a cielo aperto che attraversano le proprietà agricole trasportando l’acqua necessaria alla vita delle piante.

Parte essenziale, dunque, dei tradizionali sistemi di irrigazione, le saie ancora oggi sopravvivono, ora spuntando a tratti dalla penombra degli agrumeti ora disegnando geometrie euclidee in terreni ormai infestati dalle stoppie dell’incuria e dell’abbandono.

Alcune sono state rese funzionali e contemporanee con un energico restauro cementizio, altre resistono al tempo svolgendo ancora dignitosamente il loro lavoro, sopportando la spinta vivace dell’acqua corrente con la forza dei loro fianchi muschiosi, generose dimore di pianticelle di capelvenere e di fitte e verdi vegetazioni acquatiche. Altre, infine, avendo ormai smesso di assolvere il loro compito, giacciono inerti, sotto il sole come sotto la luna, ridotte a tristi ricettacoli di terra, pietrisco e fieno. A volte subiscono addirittura l’insulto di essere affiancate da moderne tubature di metallo che trasudano acqua e fredda efficienza.

Ancora oggi ripenso a estati di bambina, al nonno in bilico sul muro della saia che si china a raccogliere nel cavo di una larga e scura foglia di limone quell’acqua corrente così pura da essere il più prezioso rimedio alla sete e al caldo. E mi sembra di risentire ancora il gusto insolito di quell’acqua resa più fresca e odorosa dalla coppa improvvisata.

Ancora oggi resterei per ore a guardare incantata l’acqua che scorre nella saia.

È un’opera dell’uomo nella natura che di natura vive.

È luogo privilegiato a cui per mezzo dell’acqua riesce di unire terra e cielo.

Vorrei essere capace di farlo anch’io.

cos'è una saia

 

postato da: giadanila alle ore 17:29 | link | commenti (4)
categorie: pensieri, natura, ricordi, emozioni, magia, foto mie, metafore
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