È uno di quei giorni in cui non hai energie, quando tutto ti sembra impregnato dello stesso grigio del cielo, un giorno senza entusiasmi, senza sfumature, senza voglia di fare o di non fare, un giorno da disfare, da cambiare, da reindirizzare. Un giorno buono solo per prendere in considerazione, a una a una, tutte le cose che non vanno dentro e fuori di te. Ma poi non è nemmeno questo. Non so come trovare le parole.
Ma poi mi chiedo: a che pro cercare le parole giuste quando, prima di noi, qualcuno ha saputo esprimere straordinariamente questo malessere sottile che inquina l'anima e sembra scioglie nella trasparenza dell'acqua?
Parlo di una bellissima poesia di un grande poeta francese.
Riporto il testo originale perché questa cosa di cui sto parlando mi impedisce di tradurla in italiano
Comunque la poesia recita pressappoco così: «Piange il mio cuore come piove sulla città!»
Il pleure dans mon cœur
Il pleure dans mon cœur
Comme il pleut sur la ville;
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon cœur ?
O bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits !
Pour un cœur qui s'ennuie
O le chant de la pluie !
Il pleure sans raison
Dans ce cœur qui s'écœure.
Quoi ! nulle trahison ? ...
Ce deuil est sans raison.
C'est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi
Sans amour et sans haine
Mon cœur a tant de peine!
(Paul Verlaine)
Un saluto speciale e un bacio a Lilla che mi aspetta sempre, anche quando non arrivo mai.
Ho visto per l’ennesima volta “Il postino”, il toccante film tratto dal romanzo di Antonio Skármeta, mirabilmente interpretato da Massimo Troisi e da un credibilissimo Philippe Noiret nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda.
La morte improvvisa e prematura di Troisi, avvenuta a sole dodici ore dalla fine delle riprese, ha ispessito quel leggero velo di malinconia che aleggia sulla vicenda raccontata dal film, che pure si svolge nello scenario di scintillante bellezza di un’isola mediterranea librata tra mare e cielo e avvolta nell’abbraccio del sole.
Questa morte, dicevo, contribuisce a posteriori ad aumentare l’impatto emotivo del film e a moltiplicarne le potenzialità empatiche, come se, con un solo gesto, rinvigorisse le luci e le ombre sia del paesaggio anfrattuoso che del palcoscenico interiore dei personaggi.
La storia è semplice e bella perché il pudore con cui sono trattati i sentimenti più veri del protagonista non si spinge fino al punto da mistificarli, anzi li fa schiudere radiosi verso un avvenire illuminato dalla scoperta della poesia e del suo potere di arrivare al vero saltando a piè pari l’ovvio, il consueto, il banale.
Riguardando il film, non ho potuto fare a meno di essere incantata ancora una volta dalla straordinaria bellezza dei versi di Neruda, tratti dalla sua “Ode al mare”, che nel film il poeta recita all’umile postino desideroso di scoprire cosa sia una metafora (più giù, riporto i versi che ho ripescato nella “fantastiliosa” rete).
Vi invito a fare un esperimento, che faccio anch’io con grande piacere, vale a dire a leggere i versi che seguono ad alta voce, seguendo il loro ritmo. I versi più brevi faranno accelerare il ritmo in modo tale a “riprodurre” il respiro e il movimento del mare (ah, quelle sette tigri verdi!). Se sarete fortunati, riuscirete a percepire perfino lo sciabordio delle onde.
Qui nell’isola, il mare,
e quanto mare
esce da sé, a ogni istante,
dice di sì
dice di no
poi di no
nell’azzurro, nella spuma
nel galoppo
dice di no
poi di no
non può stare
tranquillo
- mi chiamo mare - ripete
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla
allora
con sette lingue verdi
di sette tigri verdi
di sette cani verdi
di sette mari verdi
la percorre
la bacia
la inumidisce
e si batte il petto
ripetendo il suo nome.
Attendo smentite o conferme.
Lo so che siamo in piena estate, la stagione per eccellenza dell’allegria e del divertimento. Eppure, malgrado questo (o forse proprio per questo), oggi mi va di postare questa poesia di Ada Negri.
La fine
Ada Negri (1870-1945)
La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti; immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.
Bella, eh, molto bella…
Ogni volta che rileggo questi pochi versi, rivivo quella struggente malinconia che deve avere ispirato la poetessa lombarda e riscopro ancora una volta la bellezza della melanconia.
Si, avete capito bene: la melanconia. Perché, quando non è tristezza cronica o peggio ancora angoscia o disperazione (!), la melanconia, la bile nera dei nostri avi, è un sentimento “nobile”, uno stato d’animo che ci aiuta ad accettare la nostra finitezza o meglio quella fuga del senso che, purtroppo, non sempre riusciamo ad affrontare con disinvoltura.
Questo è quello che mi fa pensare anche la splendida ed enigmatica incisione dell’artista rinascimentale Albrecht Dürer (1471-1528), intitolata appunto “
Oggi sono andata in campagna. A circa
Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.
Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.
Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.
La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.
Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini
Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......
Purezza di zolfo
in liquide creste,
marea d'incertezza
che statica baia
nel sonno
lambisce
racchiusa
in cupola d’aria
più nera
a colorare più forte
balaustrate ritorte,
e in bilico inseguo
per rupi d’acqua e sale
la rivolta apparente
del bene e del male,
la svista perenne
che inganna, che sfugge
che ignorando distrugge
punto fermo che
resta
al centro del niente
nell’aria morente
della sera.
Se n'è andato Aimé Césaire, poeta martinicano e fervente uomo di lotta, che ha trasmesso al suo grande popolo l'amore per la proprie radici e l'orgoglio di appartenere alla "negritudine". Una luce si è spenta, ma le sue parole continueranno a illuminare le menti e ad ardere della pienezza del loro significato.
Nel mio piccolo, anch'io voglio rendergli un modesto omaggio e lo faccio traducendo una sua poesia.
La ruota
La ruota è la più bella scoperta dell'uomo e la sola
c'è il sole che gira
c'è la terra che gira
c'è il tuo viso che gira sull'asse del tuo collo quando
piangi
ma voi minuti non vi riavvolgerete sulla bobina a
vivere il sangue lappato
l'arte di soffrire affilata come monconi d'albero dai
coltelli dell'inverno
la cerva ubriaca dal non bere
che mi posa sull'orlo inatteso il tuo
viso di goletta disalberata
il tuo viso
come un villaggio addormentato sul fondo di un lago
e che rinasce al giorno dell'erba e dell'anno
germe.
Le grandi feste dell’anno, oltre al loro speciale significato che ci aiuta a riflettere, hanno il potere di farci di colpo ridiventare bambini.
Io ho amato tanto le filastrocche di Gianni Rodari e con questa beneaugurate L’uovo di Pasqua voglio augurare una serena e costruttiva Pasqua a tutti i bambini del mondo (da
L’uovo di Pasqua
Dall’uovo di Pasqua è uscito un pulcino
di gesso arancione col becco turchino.
Ha detto: “Vado, mi metto in viaggio
e porto a tutti un grande messaggio.”
E volteggiando di qua e di là
attraversando paesi e città,
ha scritto su mari, nel cielo, per terra:
“Viva la pace, abbasso la guerra.”
Nonostante questa serata di bufera, sento già la primavera che arriva. Sarà il profumo notturno delle fresie del mio giardino che da qualche giorno aleggia sotto le finestre e lungo il vialetto, sarà che l'aria della sera è più chiara e meno pungente, fatto sta che mi è venuta in mente una poesia di Anna di Noailles (1876-1933).
Questa poesia, che trascrivo di seguito nella mia traduzione seguita come di consueto dall'originale, è stata composta nel 1907.
Mi piace perchè non è soltanto un omaggio all'arrivo repentino della primavera, ma è anche un inno al potere dell'immaginazione, che la poetessa celebra soprattutto negli ultimi due versi.
Sorpresa
Meditavo. D’un tratto il giardino si svela,
La pupilla colpisce qual fiamma di candela.
E allora lo guardo con piacere vivo,
Riso, freschezza, candore, idillio estivo!
Tutto mi turba e m’incanta, su quella fronda
Par che gioia ci sia e che mi balzi in cuore!
Sono colma di slanci, d’amore e buon odore
E l’azzurro al mio corpo si fonde così bene
Che d’improvviso pare al mio sguardo stupito
Che non il prato ma l’occhio sia fiorito
E che, se ancor volessi, con la palpebra chiusa
Il sol potrei veder e anche la rosa.
Surprise
Je méditais ; soudain le jardin se révèle
Et frappe d’un seul jet mon ardente prunelle.
Je le regarde avec un plaisir éclaté ;
Rire, fraîcheur, candeur, idylle de l’été !
Tout m’émeut, tout me plaît, une extase me noie,
J’avance et je m’arrête ; il semble que la joie
Etait sur cet arbuste et saute dans mon cœur !
Je suis pleine d’élan, d’amour, de bonne odeur,
Et l’azur à mon corps mêle si bien sa trame
Qu’il semble brusquement, à mon regard surpris,
Que ce n’est pas ce pré, mais mon œil qui fleurit
Et que, si je voulais, sous ma paupière close
Je pourrais voir encor le soleil et la rose.
... e affinchè possa essere una festa degna di essere celebrata, l'augurio che faccio a me stessa e a tutte le donne è quello di viverne a pieno il significato originario, di apprezzare con vera coscienza il cammino spesso difficile e lento che ha portato le donne verso l'indipendenza di pensiero e di azione (e viste le premesse, non mi sembra davvero una cosa da poco!)
C'è ancora tanto da fare, ma le fatue celebrazioni tanto di moda oggi non ci aiutano in questo senso, anzi diventano un altro ostacolo, una barriera sorda e invalicabile che rischia offuscare la nostra consapevolezza e di separarci dal vero senso delle cose.
Allora, sapete che vi dico?
Abbasso le cene con più o meno raffinati spogliarelli per donne "emancipate" e avanti tutta con sentimenti come l'amicizia, la speranza e la solidarietà, che guarda caso sono donne pure loro, ma anche la voglia di passare insieme un pomeriggio, una serata, una vacanza, di scambiarsi idee e opinioni, di gratificarsi reciprocamente con un piccolo gesto, un libro, un fiore, una poesia.
Ecco, appunto, una poesia che mi piace molto...
Donna
di Umberto Saba
Quand’eri
giovinetta pungevi
come una mora di macchia. Anche il piede
t’era un’arma, o selvaggia.
Eri difficile a prendere.
Ancora
giovane, ancora
sei bella. I segni
degli anni, quelli del dolore, legano
l’anime nostre, una ne fanno. E dietro
i capelli nerissimi che avvolgo
alle mie dita, più non temo il piccolo
bianco puntuto orecchio demoniaco.
Il sipario delle tenebre si apre
e
lenta
inizia la liturgia del giorno.
Procelle di luce innalzano metamorfosi di draghi
in accavallato splendore.
Nella distesa del mattino,
combatte il cavaliere
l’eroica inutile battaglia
e il suo sangue
già tinge
di porpora
le vesti dell’aurora.
Si, insisto ancora con questa storia della metafore, del loro potere, della loro magia, ecc. (ved. post del 2 e del 24 novembre).
L'idea che mi è venuta è quella di privilegiare una rilettura della realtà, o meglio di gettare uno sguardo diverso sulla realtà.
Per essere concreta, posterò subito dopo una mia poesia che esprime una mia personale (e un po' epica) visione dell'alba.
Nego di amarti,
nego che ti amerò,
nego di averti amato,
nego di avere detto di amarti,
nego di avere detto di averti amato,
nego che ti amo,
nego il mio amore,
nego di affermare il mio amore,
nego di avere detto di affermare il mio amore,
nego di avere detto che ti amo,
nego qualsiasi cosa abbia a che fare con il mio amore per te.
Nego, nego, nego,
solennemente
nego
di negare il mio amore per te.
Una vertigine infinita… Non so agli altri, ma a me capita abbastanza spesso di provare una vertigine infinita nel pensare non tanto alla molteplicità del reale ma piuttosto alla sua straordinaria capacità di proliferare grazie alle illimitate possibilità percettive con cui possiamo leggerlo, grazie alle innumerevoli sensazioni dalle sfumature differenti per grandezza, nitidezza, immediatezza, luminosità, colore, intensità, odore, suono, consistenza e così via. Ognuna delle nostre vite è come un’orografia in cui si stratificano in vari punti, per diverse ragioni e con andamento diverso impressioni, sensazioni, conoscenze, credenze, certezze, sogni ma anche dubbi, paure, angosce, incubi. Sotto un’impalcatura ordinaria e più o meno comune a tutta l’umanità fatta di miti e materiale archetipale, si nasconde il tesoro tutto individuale delle nostre emozioni, impressioni e sensazioni.
La sostanziale irripetibilità di ogni percezione, che affonda in un contesto spazio-temporale difficilmente riproducibile oltre che in una precisa individualità soggettiva, ecco tutto questo mi fa girare la testa. È davvero troppo, non ci posso pensare…
Allora, mi dico, incoraggiata anche dagli scritti di grandi “uomini di pensiero”, tutti questi frammenti percettivi sono come perle uniche tenute insieme da un unico filo: ogni esperienza umana forma una collana unica e irripetibile. Bello, davvero bello.
Ma qual è allora il filo che tiene insieme tutte queste perle? È la vita? È la volontà di attribuire un senso all’insieme caotico che sembra non averne? È il caso?
Aspetto illuminazioni.
Sfuggente il viluppo delle loro corde,
si allea
in danza sfrenata,
ribadisce intransigenze,
emette ingannevoli sentenze di morte.
Non è cuore, né fegato
ad asciugare
lenzuoli freddi di pianto,
non è la loro fronte
a colmare il vuoto delle orbite,
non è la mano
a tessere di stoffe preziose un abito nuovo,
ma è
il viluppo delle loro corde
imputridite
che ruba i miei movimenti
e li nasconde
negli improvvisati anfratti
della notte.
Forse mi sanno sola
nell'occhio spento del buio.
Melagrana di luce
spalanca
agli occhi
scrigno suo di chicchi,
acuminate cuspidi
ruota
intorno al perno incandescente,
quale diamante
recide
i vincoli quieti
con il compatto mondo,
liberando
incauta
aquiloni di foglie.
E placa,
nell’agonia del giorno,
di cuore e di materia
le ordinarie tempeste.
