sabato, 11 aprile 2009

è uno di quei giorni così




È uno di quei giorni in cui non hai energie, quando tutto ti sembra impregnato dello stesso grigio del cielo, un giorno senza entusiasmi, senza sfumature, senza voglia di fare o di non fare, un giorno da disfare, da cambiare, da reindirizzare. Un giorno buono solo per prendere in considerazione, a una a una, tutte le cose che non vanno dentro e fuori di te. Ma poi non è nemmeno questo. Non so come trovare le parole.


Ma poi mi chiedo: a che pro cercare le parole giuste quando, prima di noi, qualcuno ha saputo esprimere straordinariamente questo malessere sottile che inquina l'anima e sembra scioglie nella trasparenza dell'acqua?


Parlo di una bellissima poesia di un grande poeta francese.


Riporto il testo originale perché questa cosa di cui sto parlando mi impedisce di tradurla in italiano


Comunque la poesia recita pressappoco così: «Piange il mio cuore come piove sulla città!»








Il pleure dans mon cœur





Il pleure dans mon cœur

Comme il pleut sur la ville;

Quelle est cette la
ngueur

Qui pénètre mon cœur ?





O bruit doux de la pluie

Par terre et sur les toits !

Pour un cœur qui s'ennuie

O le chant de la pluie !





Il pleure sans raison

Dans ce cœur qui s'écœure.

Quoi ! nulle trahison ? ...

Ce deuil est sans raison.





C'est bien la pire peine

De ne savoir pourquoi

Sans amour et sans haine

Mon cœur a tant de peine!





(Paul Verlaine)








Un saluto speciale e un bacio a Lilla che mi aspetta sempre, anche quando non arrivo mai.




postato da: giadanila alle ore 10:21 | link | commenti (4)
categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, riflessioni, vita, malinconia, tristezza, emozioni
mercoledì, 03 dicembre 2008

Di sette tigri verdi

Ho visto per l’ennesima volta “Il postino”, il toccante film tratto dal romanzo di Antonio Skármeta, mirabilmente interpretato da Massimo Troisi e da un credibilissimo Philippe Noiret nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda.

La morte improvvisa e prematura di Troisi, avvenuta a sole dodici ore dalla fine delle riprese, ha ispessito quel leggero velo di malinconia che aleggia sulla vicenda raccontata dal film, che pure si svolge nello scenario di scintillante bellezza di un’isola mediterranea librata tra mare e cielo e avvolta nell’abbraccio del sole.

Questa morte, dicevo, contribuisce a posteriori ad aumentare l’impatto emotivo del film e a moltiplicarne le potenzialità empatiche, come se, con un solo gesto, rinvigorisse le luci e le ombre sia del paesaggio anfrattuoso che del palcoscenico interiore dei personaggi.

La storia è semplice e bella perché il pudore con cui sono trattati i sentimenti più veri del protagonista non si spinge fino al punto da mistificarli, anzi li fa schiudere radiosi verso un avvenire illuminato dalla scoperta della poesia e del suo potere di arrivare al vero saltando a piè pari l’ovvio, il consueto, il banale.

Riguardando il film, non ho potuto fare a meno di essere incantata ancora una volta dalla straordinaria bellezza dei versi di Neruda, tratti dalla sua “Ode al mare”, che nel film il poeta recita all’umile postino desideroso di scoprire cosa sia una metafora (più giù, riporto i versi che ho ripescato nella “fantastiliosa” rete).

Vi invito a fare un esperimento, che faccio anch’io con grande piacere, vale a dire a leggere i versi che seguono ad alta voce, seguendo il loro ritmo. I versi più brevi faranno accelerare il ritmo in modo tale a “riprodurre” il respiro e il movimento del mare (ah, quelle sette tigri verdi!). Se sarete fortunati, riuscirete a percepire perfino lo sciabordio delle onde.

Qui nell’isola, il mare,
e quanto mare
esce da sé, a ogni istante,
dice di sì
dice di no
poi di no
nell’azzurro, nella spuma
nel galoppo
dice di no
poi di no
non può stare
tranquillo
- mi chiamo mare - ripete
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla
allora
con sette lingue verdi
di sette tigri verdi
di sette cani verdi
di sette mari verdi
la percorre
la bacia
la inumidisce
e si batte il petto
ripetendo il suo nome.

 

Attendo smentite o conferme.

sabato, 19 luglio 2008

Decliniamo la malinconia

Lo so che siamo in piena estate, la stagione per eccellenza dell’allegria e del divertimento. Eppure, malgrado questo (o forse proprio per questo), oggi mi va di postare questa poesia di Ada Negri.

 

La fine

Ada Negri (1870-1945)

 

La rosa bianca, sola in una coppa

di vetro, nel silenzio si disfoglia

e non sa di morire e ch’io la guardo

morire. Un dopo l’altro si distaccano

i petali; ma intatti; immacolati:

un presso l’altro con un tocco lieve

posano, e stanno: attenti se un prodigio

li risollevi e li ridoni, ancora

vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.

Tal mi sento cader sul cuore i giorni

del mio tempo fugace: intatti; e il cuore

vorrebbe, ma non può, comporli in una

rosa novella, su più alto stelo.

 

 

Bella, eh, molto bella…

Ogni volta che rileggo questi pochi versi, rivivo quella struggente malinconia che deve avere ispirato la poetessa lombarda e riscopro ancora una volta la bellezza della melanconia.

Si, avete capito bene: la melanconia. Perché, quando non è tristezza cronica o peggio ancora angoscia o disperazione (!), la melanconia, la bile nera dei nostri avi, è un sentimento “nobile”, uno stato d’animo che ci aiuta ad accettare la nostra finitezza o meglio quella fuga del senso che, purtroppo, non sempre riusciamo ad affrontare con disinvoltura.

Questo è quello che mi fa pensare anche la splendida ed enigmatica incisione dell’artista rinascimentale Albrecht Dürer (1471-1528), intitolata appunto “La Melancolia”, ogni volta che mi applico all’interpretazione del suo complesso simbolismo.

 

 Melancolia

Ergo: in quanti modi si può declinare la malinconia?

mercoledì, 25 giugno 2008

Sua Altezza il Cotogno Verde

 

 

Oggi sono andata in campagna. A circa 700 m. sul livello del mare, in mezzo a un vigneto, che ormai è quasi un oliveto, c’è un piccolo albero di melo cotogno. Mi ha colpito la bellezza dei frutti tondi e ricoperti da una lanugine argentata, perfetti nella loro acerba bellezza, circondati dalle larghe foglie carnose, racchiuse quasi a formare un manto regale, e sormontati dal loro prezioso diadema .

Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.

 

 cotogno verde

 

 

Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.

Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.

La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.

 

Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini

 

 

Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita


Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno


Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......

postato da: giadanila alle ore 15:40 | link | commenti (9)
categorie: parole, natura, poesie, poesia, foto, sicilia, foto mie, catania, cucina siciliana
venerdì, 25 aprile 2008

Addio Aimé

Se n'è andato Aimé Césaire, poeta martinicano e fervente uomo di lotta, che ha trasmesso al suo grande popolo l'amore per la proprie radici e l'orgoglio di appartenere alla "negritudine". Una luce si è spenta, ma le sue parole continueranno a illuminare le menti e ad ardere della pienezza del loro significato.

Nel mio piccolo, anch'io voglio rendergli un modesto omaggio e lo faccio traducendo una sua poesia.

La ruota

La ruota è la più bella scoperta dell'uomo e la sola

c'è il sole che gira

c'è la terra che gira

c'è il tuo viso che gira sull'asse del tuo collo quando

piangi

ma voi minuti non vi riavvolgerete sulla bobina a

vivere il sangue lappato

l'arte di soffrire affilata come monconi d'albero dai

coltelli dell'inverno

la cerva ubriaca dal non bere

che mi posa sull'orlo inatteso il tuo

viso di goletta disalberata

il tuo viso

come un villaggio addormentato sul fondo di un lago

e che rinasce al giorno dell'erba e dell'anno

germe.

martedì, 22 gennaio 2008

L'alba

Il sipario delle tenebre si apre

e

lenta

inizia la liturgia del giorno.

Procelle di luce innalzano metamorfosi di draghi

in accavallato splendore.

Nella distesa del mattino,

combatte il cavaliere

l’eroica inutile battaglia

e il suo sangue

già tinge

di porpora

le vesti dell’aurora.

postato da: giadanila alle ore 15:12 | link | commenti
categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, sogni, emozioni, metafore

Il potere della scrittura (III e ultima parte)

Si, insisto ancora con questa storia della metafore, del loro potere, della loro magia, ecc. (ved. post del 2 e del 24 novembre).

L'idea che mi è venuta è quella di privilegiare una rilettura della realtà, o meglio di gettare uno sguardo diverso sulla realtà.

Per essere concreta, posterò subito dopo una mia poesia che esprime una mia personale (e un po' epica) visione dell'alba.

postato da: giadanila alle ore 15:08 | link | commenti
categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, emozioni, scrittura, metafore
domenica, 13 gennaio 2008

Nego il mio amore

Nego di amarti,

nego che ti amerò,

nego di averti amato,

nego di avere detto di amarti,

nego di avere detto di averti amato,

nego che ti amo,

nego il mio amore,

nego di affermare il  mio amore,

nego di avere detto di affermare il mio amore,

nego di avere detto che ti amo,

nego qualsiasi cosa abbia a che fare con il mio amore per te.

Nego, nego, nego,

solennemente

nego

di negare il mio amore per te.

postato da: giadanila alle ore 11:42 | link | commenti
categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, amore
giovedì, 08 novembre 2007

La dama e il cavaliere (in ricordo di Ennio)

Lei è la dama,

lui il cavaliere.

Al torneo,

lei estranea muta di stupore,

tremare come bianca foglia,

lui nero immemore imponente

montare terso destriero di acciaio,

mettere elmo lucido di sole

e corazza di scure.

E calzari alti e duri,

a difendere da cadute e ferite.

Poi un balzo,

fragore di possente spinta e

rombo sordo

di torma spronata

alla sfida.

E disastro di armi e corazze,

sfacelo di elmi, gualdrappe e scudi,

spietato trafiggere di lance

ad aprire la via al fiume rosso della vita.

E grida, e pianti e lamenti

E lui,

i suoi occhi spalancati

sul buio,

tra l’elmo spezzato e

l’asfalto.

postato da: giadanila alle ore 16:05 | link | commenti (2)
categorie: pensieri, poesie, poesia, amore, riflessioni, tristezza, emozioni, disillusione
sabato, 03 novembre 2007

Presagio

 

E azzurre foreste

colano spente

sul davanzale della sera.

E cattedrali di parvenze

innalzate sull’abisso

appongono il sigillo sulla verità e adottano

autorevoli protocolli operativi.

Incustodite

mandrie di cinghiali

spinte dai confini verso il centro

organizzano banchetti di sangue

nell’altissimo nome dell’Oggettività.

Scusate, signori, prendo l’ombrello che avevo dimenticato.

Ignari,

continuano

il loro pasto famelico,

l’ultimo

prima dell’apocalisse.

 

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