In questo preciso momento non mi importa chi ha cominciato, chi ha risposto, chi ha raddoppiato la violenza e chi l'ha decuplicata!
In questo momento l'emergenza è un'altra e l'unica cosa che mi sento di gridare a pieni polmoni è: BASTAAAAAAAAAAA!
C'è nessuno nei corridoi fastosi del palazzo? Ehi, dico a voi.
Fate qualcosa, non state là a fare solo tappezzeria! Ditegli di SMETTEREEEEEEE!
Subito, senza se e senza ma, ADESSO!
Edddai! Obama ce l'ha fatta!
Poco meno di due anni fa ho conosciuto Suzanne Dracius, una donna splendida, forte e determinata a difendere con le unghie e con i denti la dignità e la cultura di un vasto popolo, da sempre sottomesso, sfruttato, discriminato. Ho accennato al problema in questo post dedicato alla scomparsa di Aimé Césaire e un po' più diffusamente in questo pezzo (pag. 7).
Lo scorso anno, nel tradurre la lettera aperta che Suzanne ha dedicato al "figlio meticcio" e alla "trisavola negra", e che potete leggere qui, ho partecipato con commozione e quasi con meraviglia a un dolore e a una sofferenza lunghi secoli e mai completamente consumati e riscattati.
Adesso gioisco con lei per questa vittoria che è nello stesso tempo un trionfo, un riscatto e una grande speranza per l'avvenire del mondo intero.
Suzanne ti abbraccio, Obama in bocca al lupo!
È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.
Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).
Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:
“Attraversammo tutta
Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:
“ … i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.
Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.
Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.
I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.
Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)
Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”
Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!
Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza.
Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.
Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.
La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.
Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon, anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con la matematica e fatti furbo…
Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.
E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.
Dicevo dunque che, per la maggior parte, i nostri politici non sono un fiore di virtù. Mi sembra universalmente noto che gli stessi sgomitino e diano anche l’anima per arrivare ad occupare redditizie poltrone, dalla cui confortevole seduta cercano di raccomandare parenti, amici e lustrascarpe di turno, di ingrassare il loro conto corrente, di “valorizzare” il proprio patrimonio personale, di pavoneggiarsi in ruoli mille volte più inutili di quello di Giufà, di seminare parole al vento come fossero palloncini capaci di farli salire sempre più su (basta guardare tutti i tiggì), eccetera eccetera, ebbene sì, anche questo lo sapevamo…
Ma, a tutto c’è un limite e siccome io sono una cittadina che paga le tasse sui (ahimè, pochi) soldini che guadagna, come cittadina nonché contribuente di questo paese, mi sono proprio scocciata di contribuire a riempire il piatto a certi ridicoli e poco educati politici. Mi riferisco in particolare al recentissimo e arcinoto gestaccio del nostro “onorevole ministro”, il quale, dopo essersi comodamente istallato nella sopradetta poltrona, dopo avere - immagino - prestato giuramento di lealtà nei confronti del nostro Stato, ha cominciato a sputare veleno sull’Italia, sulla bandiera, su Roma capitale, sul concetto di patria, sull’inno nazionale e su madre natura che è stata ingenerosa con lui (quest’ultima recriminazione mi limito a immaginarla), ha brigato per l’introduzione di leggi razziali (il tapino non sa che se si dovessero introdurre davvero delle leggi razziali mirate a preservare la qualità della razza lui stesso non avrebbe molte chance di sopravvivenza!), ha continuato ad agitarsi a destra e manca come una scheggia impazzita, ma non mi risulta che abbia mai rinunciato a incassare il suo lauto e italianissimo stipendio da parlamentare e ministro (smentitemi pure, se mi sbaglio).
Io penso che uno così, che oltre a partecipare al malcostume generalizzato della nostra classe politica, sputa anche nel piatto in cui è servita una sostanziosa pietanza (tra l'altro, cucinata anche a spese dell’aborrito Sud), ecco, penso che uno così non debba stare nel parlamento e nemmeno al governo, dovrebbe avere il buon gusto di andarsene, dovrebbe proprio togliersi dai piedi una volta per tutte insieme al suo gregge di legionari in calzettoni.
Per inciso, sono convinta che non tutti i leghisti siano degli idioti: a qualcuno di loro ogni tanto spunta in faccia un foruncolo a forma di punto interrogativo.
Che sia un buon segno?
Che, per la maggior parte, i nostri politici non sono un fiore di virtù mi sembra una verità incontrovertibile. Che gli
Amo i cannoli: che siano ripieni di candida ricotta zuccherina o di irresistibile crema pasticciera, li amo. A condizione che siano di fattura siciliana, insomma - per intenderci - a condizione che siano quelli veri, gli originali, quelli cioè che dentro un involucro croccante e sottile ospitano un cuore incredibilmente goloso e che quando li addenti si frantumano in schegge di imprevedibili proporzioni che però restano miracolosamente “tenute su” proprio dal loro prodigioso ripieno.
Eppure vederli (i cannoli) ammonticchiati in un vassoio sorretto dalla mano paffuta del nostro governatore di Sicilia, che invitava una folla più o meno istituzionale al loro completo annientamento, mi è sembrato un caso di sinistra quanto efficace comunicazione di massa.
Simbolo di una Sicilia ricca di gusto, di piaceri e di bellezza, gli innocenti cannoli, improvvisamente finiti tra le mani di Cuffaro, si sono trasformati in qualcos’altro: nel simbolo di una sicilianità usata come carnascialesco intrattenimento per palati volgari. Cuffaro deve avere inteso sottolineare così la propria trionfale sicilianità nel momento in cui la magistratura con suo grande (e pubblicamente manifestato) sollievo lo condannava a “soli” cinque anni: non c’è che dire, siamo sicuri che qualsiasi persona perbene al suo posto avrebbe fatto lo stesso…(festeggiare, dico!)
Quel vassoio di cannoli per un attimo mi è parso riassumere la grottesca situazione dell’intera Sicilia: mercanzia pregiata, data in pasto agli apparati del potere politico ed economico, con la netta sensazione che il soggetto da governare è diventato ormai solo un oggetto di consumo in un ignobile festino che chissà per quanto tempo ancora continuerà a consumarsi alle spalle dei siciliani.
Ah, dimenticavo. Credo che per un po’ di tempo non mangerò cannoli…
ma che sarà tutta sta baldoria, partiti che nascono dalle ceneri di più o meno vecchie formazioni politiche, altri che si mischiano insieme, altri ancora che si dividono in tronconi e correnti, che a loro volta si coalizzano pro o contro, litigano fra loro, si fanno lo sgambetto, si sbugiardano, si strofinano amorevolmente i musi..., insomma, mai una volta che li vedi tornarsene con le pive nel sacco alle loro belle casette...
la volete sapere una cosa? YY XXXXX ZZZZZ KK JJJJJ (proprio così)
hai visto mai che mi prendano in parola!
