mercoledì, 22 luglio 2009

Letture estive

Estate uguale lettura.

Ma da quanto tempo non riuscivo a leggere a ruota libera senza sentirmi in colpa? Non me ne ricordo nemmeno.


Comunque quest'estate ho deciso di scegliere i libri da leggere senza seguire un criterio preciso, se non quello del mio personale “aggradamento” e così ho attinto a piene mani alla mia scorta di libri comprati nelle occasioni più disparate: libri in edizione economica e non, libri ricevuti in prestito, libri comprati all'estero (a Parigi compro volentieri dai bouquinistes o anche dal rifornitissimo Gibert Jeune, sul boulevard Saint-Michel, dove è possibile con appena venti euro portare via una decina di libri di tutto rispetto).


Spesso i libri li compro non necessariamente con l'intenzione di leggerli subito. Mi capita anzi di prenderli più volte in mano e di non sentire alcun trasporto. In questo caso li rimetto via in attesa di un momento più propizio.


Circa un mesetto fa ho costruito dunque una bella piletta con i libri candidati a una lettura imminente, volumi che ho accatastato l'uno sull'altro nell'ordine presunto di lettura: quello più in basso dovrebbe essere l'ultimo. Ma anche in questo caso si tratta di una ordine puramente provvisorio, suscettibile di sconvolgimenti improvvisi.


Ma lasciamo il terreno delle pie intenzioni per spostarci su quello delle letture realmente fatte.


Il primo che ho letto è stato “Le crime de Sylvestre Bonnard”, il primo romanzo di Anatole France. Me l'ha venduto un bouquiniste circa sei anni fa. È un'edizione del 1896, con la copertina marmorizzata incorniciata da un dorso di tela azzurra che raccoglie oltre trecento pagine color zafferano. La carta ha i margini irregolari e odora di altri tempi. È stata un'esperienza di lettura gradevole e nuova: le impressioni ricavate nel leggere le vicissitudini di un gentiluomo di un altro secolo, erudito e generoso, forse un po' ingenuo ma dall'animo profondamente umano e scevro da gretti conformismi, erano continuamente amplificate dalla percezione olfattiva (l'odore inconfondibile della carta antica), dalla quella visiva (il colore delle pagine) e dalla sensazione tattile (la ruvidità dei fogli, l'affiorare dei cordini della legatura). E così mi sono tuffata nella Parigi di fine Ottocento con la sensazione di poter respirare l'atmosfera che doveva aleggiare sulle sue strade e nelle sue case.


Poi ho letto “Come prima delle madri” di Simona Vinci. Una rivelazione. Una scrittura densa e non artefatta, una prosa asciutta ma capace di utilizzare le parole come fossero colori sulla tavolozza di un pittore impressionista. La giovane autrice con poche parole giuste riesce quasi sempre a rievocare visivamente paesaggi e atmosfere (il bosco, la campagna, la foschia, il greto del fiume,...) al tempo della resistenza partigiana contro il regime fascista. Il libro ci offre una storia cruda che, a mio parere si inserisce perfettamente nel filone dei romanzi di formazione. Leggetelo se potete. Io, dal canto mio, mi procurerò altri libri della Vinci (e pensare che questo romanzo l'avevo comprato almeno quattro anni fa e non lo avevo letto per le ragioni che ho scritto sopra!)


Quindi è stata la volta de "La lettrice bugiarda” di Brunonia Barry. Si è trattato di un prestito da parte di mia sorella. L'ho letto in pochissimo tempo, completamente affascinata dall'ambientazione a Salem, città portuale famosa per la caccia alle streghe. Mi è sembrato perfino di sentire l'odore salino delle strade assolate mentre macinavo pagine su pagine, immedesimandomi nel dramma di una donna considerata stramba, se non addirittura pazza, a causa degli effetti devastanti prodotti sulla sua psiche dalla perdita della sorella gemella. Infine, cosa che non guasta, ho potuto godermi un finale a sorpresa davvero... sorprendente.


Inoltre la storia della “lettura del pizzo” ha suggerito a me e a mia sorella l'idea di avviare un'attività del genere nei nostri rispettivi retrobottega. Chissà che non funzioni.


Il quarto romanzo di cui vi parlo è stata un'altra maratona. Parlo de “La tredicesima storia” di Diane Setterfield, una storia che mi ha preso proprio per il suo gusto di raccontare. È una storia cruda e a tratti spettrale ambientata nel nebbioso e verde Yorkshire. Anche qui un finale a sorpresa. La giovane libraria Margaret Lea, anche lei affetta dalla sindrome “della gemella persa”, dopo avere vagato nella ricca magione della misteriosissima scrittrice Vida Winter, che l'ha nominata sua biografa ufficiale, dopo aver percorso in lungo e in largo il parco lugubre con il suo labirintico andamento sottolineato dagli enormi tassi scuri sapientemente modellati dalle cesoie di un taciturno giardiniere, dopo essersi persa nei tortuosi meandri dei terribili misteri che riguardano il passato della scrittrice e la sua particolarissima famiglia, dopo avere bevuto un numero pressoché infinito di cioccolate bollenti, perviene infine alla Verità, cioè alla misteriosa tredicesima storia. Da leggere per trasferirsi immediatamente in un mondo cupo ma affascinante.


Ieri sera, infine, ho iniziato “Stupeur et tremblements” di Amélie Nothomb, uscito in Italia con il titolo “Stupore e tremori”, un libriccino così piccolo e smilzo che neanche il tempo di aprirlo l'ho già terminato. Devo dire che non è niente di trascendentale, però mi ha strappato più di qualche risata per la situazione surreale in cui si trova la narratrice, una giovane belga con la passione per il giapponese, assunta con un contratto di un anno in un'impresa di Tokyo. Nell'azienda la giovane fa una brillante carriera al contrario, passando dall'ufficio contabilità - che mina definitivamente la sua debole autostima - ad altre mansioni meno intellettuali, come aggiornare quotidianamente i calendari dei vari uffici o servire il tè e il caffè, fino ad arrivare ad essere assegnata alla pulizia delle toilette. Gustosa l'analisi della mentalità nipponica. Da leggere per distendersi un po'.


Qualcuno forse penserà: "E adesso cosa stai leggendo?"


Nell'eventualità, rispondo: “Alla prossima”


(Ah, sono bene accetti commenti e suggerimenti di lettura).







venerdì, 19 giugno 2009

Raccontino... ino... ino... ino!

E' tanto che non scrivo niente.




Così (giusto per riprendere i contatti) posto questo brevissimo scritto che mi auguro non faccia cadere nessuno in depressione.




Lo pubblico con un po' di tenerezza perchè l'ho trovato abbandonato (e non senza giusta causa!)da almeno tre o quattro lustri in fondo a un cassettino... ino... ino... ino! 




Spero nessuno me ne vorrà!




 




Morte nel pomeriggio






Mascia e Linka se ne stanno al tavolino del bar da almeno cinque minuti a gustarsi il fondo zuccherino rimasto nelle tazzine di caffè.




- Linka, per caso hai letto Il Signore delle mosche di William Golding?




- Non ancora, pourquoi? Ne vale la pena?




- Dipende. A dire il vero, quell’inglese mi sembra un opportunista buono solo a farsi bello con le penne altrui…




- Vraiment? Non credo di avere ben capito il concetto… no, cara, non affannarti a spiegarmelo, fa lo stesso, sono sicura che sopravvivrò comunque. Mica possiamo essere tutte intellettuali come te. Lo sai che preferisco lo sport alla lettura. Non so cosa darei per fare un po’ di sci nautico, se non fosse per il mio terrore dell’acqua… per fortuna mi rifaccio nella discesa libera.




- Ho capito, Linka, sei la solita ignorante, con te si può parlare solo di spazzatura.




Prendono un altro po’ di zucchero dalla tazzina. Mascia assume un’espressione tra il languido e il rapito.




     - Uhmmm, tesoro, assaggia un po’ questo!




     -  Perché dovrei, Mascia chérie? Ha forse qualcosa di speciale che il mio non ha? In fondo si tratta solo di sucre sciolto nel caffè…




    - Ti sbagli, gioia, questo doveva essere un caffè boliviano a lenta tostatura addolcito con puro zucchero di canna.




    - Come no, quella che ti sei fumata poco fa, mon petit chou.




Continuando a gustare quel nettare prelibato, Linka sghignazza con antipatica soddisfazione verso Mascia che invece è visibilmente contrariata.




-   Attenta, Linka, smetti di ciambellare così in quella tazzina, il gioco che stai facendo è pericoloso, lo sai. Potresti finire per restarci per sempre a questo tavolo. Di questi tempi la gente si spazientisce facilmente, va a finire che prima o poi t’imbatti proprio col tipo che magari ha preso troppi caffè e vuole sfogare il suo nervosismo sulla prima che gli capita a tiro.




-   Ma sentitela, mi scoccia tutto il giorno, è sempre lì a farmi le prediche, non mi lascia respirare, ça m’étouffe. Io voglio vivere la mia vita come mi pare, lunga o breve che sia, senza stare sempre a pensare al peggio. E invece lo sai cosa mi succede a ogni passo? Mi trovo davanti te, la grande Mascia, la sconocchiata del paese.




-  Ah si? Allora Linka sai che ti dico?




-  No.




-  Vaffa!




- Merci. Ma per favore adesso vai a delirare da un’altra parte!




Mascia si allontana profondamente amareggiata. Certo che avere una sorella del genere non porta nessun vantaggio. Ti restano solo le responsabilità e le rogne. Soddisfazioni nisba. Delusa, va ad appoggiarsi su un muretto e rimane ad osservare con aria torva quella maleducata scimunita di sua sorella. “Ma guardatela, la sporcacciona, tutta appiccicosa di zucchero e smancerie. Ingorda!”




In quel momento dal bar esce Piconzo, due metri di lardo e stupidità. Avrà buttato giù almeno una decina di caffè corretti, si vede che è alterato e che si guarda intorno come se cercasse qualcuno con cui prendersela. Posa il suo sguardo imbufalito su quella sventata di Linka che, come se niente fosse, continua a trastullarsi con lo sciroppo al caffè. Il bruto d’improvviso si ferma, piega in quattro la gazzetta dello sport e… sbemmmm! con un gesto deciso e fulmineo spalma Linka sul tavolino. Poi se ne va come se niente fosse, lo stronzo!




Mascia si volta per non guardare, poi prende il volo e va a posarsi sul tavolinetto del bar dove giace quel che resta di Linka. Con gli occhi pieni di lacrime e la voce strozzata, le grida:




- Cretina, te l’avevo detto!

postato da: giadanila alle ore 15:27 | link | commenti (4)
categorie: parole, vita, tristezza, scrittura, umorismo, sorpresa
mercoledì, 29 aprile 2009

Shakespeare, questo illustre sconosciuto!

AVVISO AI NAVIGANTI!


Tutti coloro che sono appassionati di Shakespeare (o di chiunque si celi sotto questo nome), che amano il brivido leggero che si prova a disquisire su un mistero che ha attraversato indenne i secoli, che apprezzano la scrittura del siciliano Domenico Seminerio (vi ricordate? Ve ne ho già parlato!) e che non vogliono perdere l'occasione di poter fare una domanda allo scrittore, sono invitati a dare un'occhiata qui, ovvero sul blog di Massimo Maugeri, dove la discussione al momento ferve.


Buona Lettura!


P.S.: Siccome, combinazione, sto leggendo proprio "Il manoscritto di Shakespeare", ossia l'ultimo romanzo di Seminerio, mi riservo di scrivere due righe in proposito.


postato da: giadanila alle ore 16:38 | link | commenti (4)
categorie: libri, letture, sicilia, scrittura, mistero, domenico seminerio
mercoledì, 25 febbraio 2009

Ed ecco il raccontino surreale!

Pomeriggio di febbraio


 


 


Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.


 


Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.


 


Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.


 


Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.


 


Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.


 


L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.


 


Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…


 


Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette. 


 


Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.


 


Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.


 


Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.


 


Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.


 


La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.


 


Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.


 


Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.


 


La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.


 


Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.


 


Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.


 


Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.


 


Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.


 


In silenzio.


 


Di nuovo insieme.


 


Sorridendo di triste sollievo.


 

domenica, 22 febbraio 2009

Foto della domenica

 




Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...




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mare aperto




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e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola




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Pomeriggio di febbraio




 


... à la prochaine

 


giovedì, 04 settembre 2008

Ti lascio il meglio di me

Dall’ultimo post sono passate ben due settimane. È evidente che non sono molto affidabile. E già che ci sono allora mi rimangio anche la promessa di parlare del libro n. 1 (vedi post precedente). Anzi no, due cosette le dico lo stesso. Innanzitutto il titolo: si tratta di Ti lascio il meglio di me di Giancarlo Marinelli (Bompiani). Un romanzo piuttosto atipico. Parte in sordina, seppure con le ambiguità a cui avevo accennato. Poi inizia a crescere in modo non sempre logico, non sempre lineare, non sempre rassicurante, anzi sembra affastellare trame, personaggi, ricordi e paure con un ritmo che diventa sempre più serrato e assordante. Insomma, decidi che te lo devi leggere alla svelta semplicemente perché vuoi a tutti i costi fare svaporare quella caligine densa e un po’ patologica che non si sa bene cosa nasconda (è ovvio che anche stavolta non vi dirò che cosa nasconda, eccetera eccetera). Per farla breve, il libro diventa qualcosa di strano tra le tue mani e sarai più volte tentato di classificarlo, senza mai riuscirci del tutto. Ma un altro aspetto sorprendente è anche la bellezza, che definirei poetica, di certi passaggi e di certe descrizioni. Mi chiederete: “ e perché sorprendente?” No, aspettate, il prodigio non sta tutto o tanto nella profondità dell’espressione poetica del Marinelli, quanto nel fatto che, misurando la banalità (per non dire l’ingenuità) di parecchi dei dialoghi che affliggono il testo, non ti aspetti certo che d’improvviso la scrittura inizi a levitare. Invece questo succede abbastanza spesso e rappresenta un altro buon motivo per leggere questo romanzo. Detto quanto sopra, vorrei aggiungere un altro particolare. Si, lo so che non è molto professionale, ma lo dico lo stesso: a me ‘sto Marinelli mi sta un po’ antipatico (ho anch’io le mie fonti!). Però se è riuscito a scrivere questo libro alla sua ancora tenera età, avrà pure il diritto di tirarsela un po’. O no?
postato da: giadanila alle ore 18:47 | link | commenti (13)
categorie: libri, letture, scrittura, giancarlo marinelli
giovedì, 21 agosto 2008

La solitudine dei numeri primi

 

Eccomi di nuovo. Le vacanze volgono impietosamente al termine. Il viaggio nella fascinosa terra dei magiari ormai appartiene al passato (magari ne parlerò in un altro momento). Adesso preferisco accennare brevemente alle mie due ultime letture estive, il romanzo n. 1 e il romanzo n. 2.

Il primo testo di cui vorrei dire due cosette è naturalmente il romanzo n. 2, cioè  “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Dico “naturalmente” perché avevo deciso di leggere subito questo libro non appena sono stata colpita dal titolo come da una folgorazione (perché invece parlo prima del romanzo n. 2 si capirà dal seguito). È ovvio che quando il titolo di un libro ti folgora, il romanzo vero e proprio farà fatica a rimanere all’altezza della promessa. È quello che succede (a mio parere) con questo romanzo fresco fresco di stampa che mi è stato regalato da una dolcissima fanciulla di nome Vera (ah, queste mamme viziate!). Comunque la scrittura di questo giovanissimo scrittore esordiente (insignito per l’occasione dall’ambitissimo premio Strega) ha pure i suoi pregi: la storia non è banale, anzi mette in campo due sfigatissimi ma interessanti personaggi, Alice e Mattia, e le vicende delle loro vite che li hanno marchiati a fuoco (per sempre? no, scusate, ma questo non ve lo dico, leggetevi il libro e poi magari ne riparliamo) e ce li fa seguire per un arco temporale abbastanza lungo, facciamo ben oltre la soglia dell’età adulta. La scrittura è piana e agevole e fa si che il romanzo lo si beva come un bicchier d’acqua. E così io ho fatto. Non credo di aver sprecato il mio tempo, anche se forse avrei potuto spenderlo un po’ meglio.

Passiamo avanti. L’altro romanzo, il n. 1, l’ho un po’ maltrattato, intendo sul piano morale. Ne avevo già letto, infatti, una quarantina di pagine quando è atterrata sul mio comodino la folgore di cui sopra, cioè il n. 2. Sarà perché il titolo folgorante, come spiegavo prima, non mi lasciava alternative, sarà perché le prime quaranta pagine del romanzo n. 1 che avevo letto mi avevano un po’ sconcertata per una sottile e non meglio precisata ambiguità con cui era trattato un sentimento sacrosanto quale l’amore tra un genitore e un figlio, insomma, per farla breve, ho deciso di tradire questa lettura ancora in fase embrionale, di abbandonarla al suo destino, forse in modo definitivo e inappellabile.

Ma due giorni dopo sono arrivata alla parola fine impressa nell’ultima pagina del libro n. 2. Forse proprio la (parziale) delusione mi ha spinta a ritentare con il romanzo n. 1. Dovevo dargli un’altra possibilità, se non altro perché la persona che me lo ha consigliato (e prestato) gode della mia fiducia più incondizionata (e non c’entra niente il fatto che sia mia sorella): magari si trattava del solito sbarramento delle prime cinquanta/cento pagine allappanti che servono a depistare i non eletti. Infatti, è andata proprio così.

Va bene, va bene. Adesso dico il titolo. Però prima voglio dire un’altra cosa… Oh, no. Devo andare. Mi sa che continuerò domani. O dopodomani.

postato da: giadanila alle ore 17:11 | link | commenti (9)
categorie: libri, vita, letture, scrittura, paolo giordano
venerdì, 04 aprile 2008

La Signoria del Sogno

miraggio

Mi ricordo bene di quella mattina, filavamo su due ruote per stradine di campagna odorose di erbe seccate dal solleone e punteggiate dal frinire delle cicale. Ma ad ogni curva ci sorprendeva l’alito fresco che spirava dai costoni folti di querce e castagni e la loro ombra mobile ci accarezzava il viso e le braccia, ci abbacinava con il suo buio misterioso e amico. Nell’intenso polverio di luce tutto ciò che era tenero e indifeso e vivo ardeva fino a consumarsi, fino a diventare una chiara parvenza di se stesso.

Ma alla quart’ultima curva qualcosa era successo. Il corpo delle pietre, della polvere, dei muri, degli alberi, il corpo di tutte le cose era ormai saturo di quella luce incandescente che, non più assorbita, veniva respinta e restituita al suo artefice. E così nel punto di incontro tra i raggi solari più intensi e il loro riflesso che tornava indietro era sorto il miraggio. Un grumo informe di terra aveva cominciato a crescere, a lievitare nell’aria liquida, nella magica circonferenza tracciata dai muri. Poi la materia aveva ceduto alla spinta della forma ed era apparso lui: il Paese Imperscrutabile, il Regno del Silenzio e dell’Assenza, la Patria dei Rigettati, il Nido del Ricordo, la Repubblica dell’Idea, la Signoria del Sogno.

 

domenica, 02 marzo 2008

Un curioso esperimento

etna vista da taormina

Non si può essere tristi quando la natura è così generosa da offrirti questo: una visione di sogno in cui natura e fantasia sono la stessa cosa.

Vada allora per la fantasia, mi va di raccontare un esperimento curioso che ho fatto tempo fa (e che ripeto sempre appena ne ho l'occasione).

Dunque, provate a prendere un treno  Catania - Messina nelle prime ore del giorno (va bene anche verso le otto) in un mattino invernale sereno e senza nuvole. E' bene che sia mattino perchè la luce particolare rende tutto molto più poetico ed è importante che il treno si fermi alla stazione di Taormina. Adesso concentratevi perchè sta per ripartire in direzione Messina. Nel frattempo avrete avuto l'accortezza di sedervi accanto al finestrino lato est (non potete sbagliare, c'è il mare!) con le spalle rivolte al senso di marcia. Lo so che molte persone non riescono a sopportare questa posizione, ma bastano davvero pochi minuti poi potrete scegliervi un altro posto. Allora, dicevo, ponete la massima attenzione a quello che vedete guardando verso Catania, senza farvi distrarre dall'incantevole distesa del mare. Sissignori, dovete guardare un po' più in su e un po' più in là e mantenere l'attenzione mentre il treno si rimette in marcia.

La cosa succede pochi secondi prima che il treno entri nella galleria (attenti perchè a questo punto non c'è più niente da fare!).

Quale cosa? direte. Ve lo dico subito, il paesaggio si trasforma improvvisamente in un teatro vivente: infatti, da dietro le verdi pendici montuose e collinose che sovrastano la superficie marina, spunta rapidamente, diventanto subito grande e imponente, lui, il protagonista, ovvero il vulcano Etna ammantato di neve. In modo "magico" infatti i rilievi più in basso sembrano sfilare lateralmente per fare uscire alla ribalta la stella di prima grandezza, con un sorprendente effetto di quinte in movimento.

Credetemi, ho provato a ritrovare questa magia in altri punti della tratta ferroviaria (e anche di quella stradale) ma senza riuscirci. Credo che questa illusione sia il frutto di una concomitanza di favorevoli circostanze, come la velocità ridotta eppure crescente del treno che riparte dalla stazione, la curva che la ferrovia descrive prima della galleria, la posizione della ferrovia a pochi metri dal mare,...

Provare per credere.

mercoledì, 06 febbraio 2008

La festa di Sant'Agata a Catania, c'ero anch'io

santagata

 

 

Appartengo a quel milione di persone che ieri pomeriggio ha partecipato alla  Festa di Sant'Agata a Catania. Uno spettacolo incredibile che anno dopo anno fonde fede, passione e sentimento nelle forme più teatrali e parossistiche. Quello che mi colpisce ogni volta che assisto a uno spettacolo del genere è il concetto di quantità. Mi spiego meglio:

 

1) una massa inimmaginabile di cera, la cera gialla e duttile degli enormi ceri, pesanti anche decine e decine di chili, portati sulle spalle da giovani pieni di entusiasmo e di voglia di esserci

2) una moltitudine di “sacchi”, ovvero di abiti di devozione indossati soprattutto da giovani e bambini, consistenti in semplici tuniche bianche munite di un cordone stretto alla vita e completate da una coppola di velluto nero

3) distese di lingotti di torrone duro o morbido, bianco o scuro, accanto a enormi montagne di pasta di torrone bollente modellata su superfici di marmo con maestria e l’aiuto di larghe lame, mentre tutt’intorno si allarga un potente aroma di caramello

4) una sterminata quantità di fiori bianchi che simboleggiano la purezza della Santa e che biancheggiano sulla “vara”, sull’altare, sulle storiche candelore delle diverse corporazioni cittadine

5) un numero impressionante di drappi di velluto rosso con sopra ricamata in oro la A di Agata a sventolare a ogni finestra e balcone del palazzo di città, della curia, delle canoniche, dei palazzi nobiliari

6) una calca inverosimile di persone di ogni età e ceto sociale disposte a rimanere per ore in attesa, per lo più in piedi a gremire strade e piazze, ma anche appollaiate sulle cancellate delle chiese, sulle ringhiere, in balconi e terrazze, su cornicioni, insomma in qualsiasi luogo permetta di avere una visione d’insieme o una vista privilegiata rispetto all’uscita della Santa, mentre il vento di tramontana arrossa i nasi, arruffa le pellicce, fa lacrimare gli occhi dei bimbi e tremare le fiamme dei ceri.

 

I devoti vestiti col “sacco” spiccano come una schiera di eletti in mezzo alla folla travolgente dei fedeli e dei curiosi stretti negli scuri abiti invernali. I giovani col sacco, hanno un rapporto privilegiato con la Santa e rappresentano l’anima e il cuore della festa, ne sono i veri protagonisti: con noncuranza e sprezzo del dolore, trasportano sulle spalle, quasi correndo, enormi ceri accesi, passando in modo spericolato tra la gente assiepata la quale, nonostante la mancanza di spazio, si stringe oltre ogni limite per evitare il contatto con le fiamme guizzanti, con il fumo nero e soprattutto con le lunghe colate filamentose di cera che gocciolano con dovizia sul basolato di pietra lavica.

I ceri in genere sono troppo pesanti per l’età e la corporatura dei giovani devoti, i quali spesso, per proteggersi dalle escoriazioni, usano degli improvvisati cuscinetti che hanno la funzione di ammortizzare la frizione del cero sulle spalle.

Quando la stanchezza e l’arsura si fanno sentire e le giovani ugole sono bruciate dal continuo gridare “Tutti devoti, tutti cittadini, Viva Sant’Agata”, un gradito sollievo arriva dalle bancarelle dei venditori di cedri che espongono con arte la loro gialla e fresca mercanzia tagliata a grosse fette lungo tutta la Via Etnea, accanto ai venditori di ceci abbrustoliti e semi di zucca, di torrone, di sfinci e sfincioni.

La breve eppure lentissima processione della Santa impone a questi giovani di sopportare a lungo il sonno e la stanchezza, almeno fino a quando la Santa non sarà di nuovo al sicuro nel Duomo, cosa che avviene per lo più all’alba del 6 Febbraio, dopo giorni di intenso peregrinare per i quartieri alti e bassi della città.

E a questo punto è ancora la “quantità” che mi colpisce: si, la quantità di lacrime versate da questi giovani che, seppure stanchi e stremati, occhi arrossati e voce arrochita, soffrono all’idea di separarsi per un anno intero dalla Santa.

Sono lacrime vere, piene di stanchezza e di emozione, versate senza alcun imbarazzo. Lacrime anche inattese e per certi versi difficilmente classificabili.

 

Chiudo questo post con un auspicio, con la speranza cioè che Sant’Agata, che sicuramente non è interessata a tutta questa frenesia organizzativa fatta di ceri, processioni, candele, offerte, fiori, fuochi d’artificio e grida di popolo, accolga queste calde e giovani lacrime come pegno di un futuro migliore per la città di Catania in cui ci sia ancora spazio per la speranza e i buoni sentimenti.

  

 

martedì, 22 gennaio 2008

Il potere della scrittura (III e ultima parte)

Si, insisto ancora con questa storia della metafore, del loro potere, della loro magia, ecc. (ved. post del 2 e del 24 novembre).

L'idea che mi è venuta è quella di privilegiare una rilettura della realtà, o meglio di gettare uno sguardo diverso sulla realtà.

Per essere concreta, posterò subito dopo una mia poesia che esprime una mia personale (e un po' epica) visione dell'alba.

postato da: giadanila alle ore 15:08 | link | commenti
categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, emozioni, scrittura, metafore
martedì, 08 gennaio 2008

"Mare delle verità" (letture)

Di Andrea De Carlo avevo letto qualche tempo fa Giro di vento, romanzo che mi aveva piacevolmente colpita: una trama esile ma densa di dinamiche psicologiche finemente osservate e messe a nudo, con una scrittura asciutta, pronta a catturare ogni minima oscillazione dei pensieri e dei movimenti del cuore.

Fondatamente speranzosa, dunque, un paio di giorni fa ho aperto Mare delle verità.

A favore dell’acquisto di questo libro aveva deposto prima di tutto la bontà dell’unico romanzo di Andrea De Carlo che avevo letto e in secondo luogo, ma non in piccola parte, la copertina. Sissignori, la copertina.

Tranquilli, di solito non scelgo i libri da comprare sulla base della loro copertina. Questa volta però la copertina era fatta di mare, un mare di uno scintillante e gelido argento, molto simile a questo qui. Il fatto che quel mare fosse stato fotografato e scelto dallo stesso autore, che evidentemente lo aveva percepito come emblematico del suo romanzo, mi pareva una garanzia in più. Magari avrei ritrovato quel mare dentro il libro, con il brusio delle parole a simulare il fruscio delle onde e il gorgogliare della risacca.

E invece…

… ho trovato molto di più. Andrea De Carlo ha scritto libro davvero bello e molto coinvolgente. Figurarsi che per non interrompere troppo a lungo la lettura, sono stata costretta a improvvisare qualche pasto a dir poco frugale (con prevedibile immensa letizia della mia metà, che non ama certo i pasti equilibrati) e a restare alzata fino alle due di notte, non tanto per vedere come andava a finire (anche se un po’ di giallo c’è) ma piuttosto per non spezzare quel filo tenue che teneva in piedi un piccolo mondo coerente. Un mondo diverso eppure stranamente familiare, sia nei suoi più beceri costumi (stupende le descrizioni di Fabio, uomo politico di successo nonché fratello del protagonista, costantemente impegnato a inseguire la sua “festa in movimento”), sia nelle più intime emozioni sempre così difficili da dire.

E a proposito di emozioni, ho trovato bella ed avvincente la storia d’amore tra Mette, la straniera piena di ideali e di temperamento, e Lorenzo Telmari, l’uomo tutto essere e niente apparire, capace di nutrire passioni e sentimenti e di rimettersi in gioco integralmente (dove trovarlo uno così?).

Bilancio: bel libro, bella scrittura e bella copertina… ah, dimenticavo, il mare dentro c’è, eccome.

Grazie ADC.

 

 

 

postato da: giadanila alle ore 18:58 | link | commenti (2)
categorie: parole, amore, riflessioni, libri, letture, emozioni, scrittura, maredinverno
giovedì, 03 gennaio 2008

qual è il filo che tiene insieme tutte le perle?

Una vertigine infinita… Non so agli altri, ma a me capita abbastanza spesso di provare una vertigine infinita nel pensare non tanto alla molteplicità del reale ma piuttosto alla sua straordinaria capacità di proliferare grazie alle illimitate possibilità percettive con cui possiamo leggerlo, grazie alle innumerevoli sensazioni dalle sfumature differenti per grandezza, nitidezza, immediatezza, luminosità, colore, intensità, odore, suono, consistenza e così via. Ognuna delle nostre vite è come un’orografia in cui si stratificano in vari punti, per diverse ragioni e con andamento diverso impressioni, sensazioni, conoscenze, credenze, certezze, sogni ma anche dubbi, paure, angosce, incubi. Sotto un’impalcatura ordinaria e più o meno comune a tutta l’umanità fatta di miti e materiale archetipale, si nasconde il tesoro tutto individuale delle nostre emozioni, impressioni e sensazioni.

La sostanziale irripetibilità di ogni percezione, che affonda in un contesto spazio-temporale difficilmente riproducibile oltre che in una precisa individualità soggettiva, ecco tutto questo mi fa girare la testa. È davvero troppo, non ci posso pensare…

Allora, mi dico, incoraggiata anche dagli scritti di grandi “uomini di pensiero”, tutti questi frammenti percettivi sono come perle uniche tenute insieme da un unico filo: ogni esperienza umana forma una collana unica e irripetibile. Bello, davvero bello.

Ma qual è allora il filo che tiene insieme tutte queste perle? È la vita? È la volontà di attribuire un senso all’insieme caotico che sembra non averne? È il caso?

Aspetto illuminazioni.

 

sabato, 24 novembre 2007

Il potere della scrittura (II parte)

 

… dunque, dicevo (v. post del 2 Novembre) di com’è bello e anche esaltante trasformare la realtà ordinaria, manipolarla o addirittura ricrearla per mezzo della metafora, figura di stile ma anche e soprattutto modalità di pensiero.

Allenarsi ad accostare le cose reali (o irreali) a cose che in apparenza sono completamente diverse ma che nel loro meccanismo interno, nel loro senso connotato o nelle loro dinamiche relazionali possono presentare delle analogie sorprendenti può condurre davvero a pensare in modo più aperto e stimolante, senza che si resti schiacciati dalla zavorra del pensiero unilaterale.

Per esempio a me piace molto guardare il mare, i suoi colori e i suoi umori sempre cangianti, le sue superfici più o meno distese che celano abissi insondabili e così via e ogni tanto mi piace pensare che il mare sia un uomo e la spiaggia una donna.

Cos’è che accomuna il binomio mare/spiaggia e il binomio uomo/donna?

Io direi la qualità del loro rapporto, ambiguo, ambivalente eppure imprescindibile, un rapporto che consiste nel cercarsi, nel ritrarsi, nel modellarsi reciprocamente, nell’infrangere continuamente i propri confini e le proprie barriere, nel restare uniti pur nella propria imprescindibile diversità.

Incredibile! Questo semplice slittamento di significati (mare => uomo, spiaggia => donna) permette di vedere le cose sotto prospettive diverse e più profonde che a volte mettono le ali al pensiero.

Per questa ragione mi piacerebbe sapere quali pensieri ispira, soprattutto ma non solo ai poeti, la contemplazione del mare.

martedì, 20 novembre 2007

A ***** il tempo si ferma

Non so perchè da sempre sono affascinata da una piccolissima contrada di mezza collina non lontanissima dal luogo in cui abito da anni...

Si tratta di un posto che mi ricorda l’infanzia, ma questo non basterebbe da solo a farne un luogo magico.

*****  non era, infatti, la meta più frequente delle mie vacanze e non era nemmeno un posto dove ci si divertiva a fare qualcosa.

Ma aveva un’atmosfera speciale, un po’ fuori dal tempo.

Gli stranieri che erano rimasti conquistati dalla sua aria un po’ retrò avevano colonizzato ville e casolari magnificamente sparsi nella sua dorata campagna, disdegnando invece il cuore vecchio del villaggio, con le sue casette, i suoi cortili e i suoi balconcini affastellati gli uni sugli altri, con le finestre troppo piccole e gli usci troppo bassi, con i muri sgretolati e i vasi di basilico e di geranio messi a tappare ogni più piccolo buco.

Nella mia mente lo spazio prende il sopravvento sullo scorrere del tempo e così si materializzano davanti a me odori, sapori, luoghi, situazioni, come fantasmi volontariamente evocati.

Il gusto del tè fresco nei pomeriggi estivi e il profilo della nonna che ricama sotto il fico, le roselline selvatiche sulla ringhiera e le scorribande infantili non autorizzate in posti misteriosi, le ore battute dal campanile e il silenzio.

Si, il silenzio assoluto, quello oggi tanto difficile da immaginare, bucato solo dal cinguettio degli uccelli e dal frinire delle cicale, dall’acqua rovesciata nel vicolo, dai passi che si inerpicano faticosamente, dal ciangottare della vicina sempre pronta a venderti le uova fresche…

Sono passati trent’anni.

Le belle case coloniche, allora abitate più o meno stabilmente da elite forestiere, oggi sono chiuse e mute, popolate da una vegetazione anarchica e afflitte dall’umidità e dai malanni che accompagnano l’abbandono.

Il paese invece è rimasto uguale, felicemente ignorato dalle torme estive di villeggianti che preferiscono di gran lunga gli stabilimenti balneari.

Appena posso ci vado, mi sembra un modo bellissimo per fermare il tempo... almeno per un po'.

 

postato da: giadanila alle ore 09:08 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, riflessioni, ricordi, vita, malinconia, emozioni, scrittura, fughe
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