mercoledì, 29 aprile 2009

Shakespeare, questo illustre sconosciuto!

AVVISO AI NAVIGANTI!


Tutti coloro che sono appassionati di Shakespeare (o di chiunque si celi sotto questo nome), che amano il brivido leggero che si prova a disquisire su un mistero che ha attraversato indenne i secoli, che apprezzano la scrittura del siciliano Domenico Seminerio (vi ricordate? Ve ne ho già parlato!) e che non vogliono perdere l'occasione di poter fare una domanda allo scrittore, sono invitati a dare un'occhiata qui, ovvero sul blog di Massimo Maugeri, dove la discussione al momento ferve.


Buona Lettura!


P.S.: Siccome, combinazione, sto leggendo proprio "Il manoscritto di Shakespeare", ossia l'ultimo romanzo di Seminerio, mi riservo di scrivere due righe in proposito.


postato da: giadanila alle ore 16:38 | link | commenti (4)
categorie: libri, letture, sicilia, scrittura, mistero, domenico seminerio
domenica, 01 febbraio 2009

Passione e ragione

 

Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.

Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.

Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.

E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...

.

 

 mare in tempesta

 

E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.

Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.

Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…

 dopo la tempesta

...

...

… il fiume dovrà sempre finire nel mare.

 

postato da: giadanila alle ore 09:49 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, natura, vita, foto, sicilia, emozioni, magia, foto mie, metafore, maredinverno
domenica, 02 novembre 2008

"Senza re né regno" (seconda e ultima parte)

 

È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.

Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).

Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:

“Attraversammo tutta la Sicilia interna e un’infinità di paesi e di paesini, di cui non conoscevo nemmeno il nome. Altri s’intravvedevano appena, abbarbicati sulle cime e sui fianchi delle colline, rivelati dalle rade luci. (…) Di notte, con le poche luci, sembravano tante isole.”

Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:

… i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.

Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.

Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.

I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.

Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)

Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso  perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”

Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!

Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose  appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza. 

martedì, 21 ottobre 2008

Viva la cotognata!

Questo post è dedicato agli appassionati della cotognata. Si, lo so che non c’entra molto con il resto, ma siccome mi pare di aver capito che ci sono molti palati raffinati in grado di gustare la bontà di un frutto molto particolare, qual è appunto la mela cotogna, dopo averla trasformata – in verità con pochissima fatica e con ingredienti genuini - in una conserva compatta e ambrata che si può consumare anche dopo alcuni mesi dalla preparazione (sempre ammesso e non concesso che qualcuno non la faccia fuori prima!), ecco, appunto, pensavo di fare cosa gradita rivelando la mia ricetta scrupolosamente fedele ai dettami della tradizione siciliana anche se riveduta in chiave contemporanea (vedi uso della pentola a pressione). E siccome dispongo per l’appunto di un cesto di questi frutti vellutati e profumatissimi, mi sento doppiamente ispirata.

 

La cotognata

 

Dunque, occorre lavare le mele cotogne (vi raccomando quelle etnee!), tagliarle a metà senza privarle del torsolo, metterle in una pentola a pressione insieme a un paio di limoni freschi (non trattati) tagliati a metà e coprire il tutto con acqua fredda (attenzione a non riempire la pentola a pressione oltre il livello di guardia). Bastano venti minuti circa di pressione per ottenere la giusta consistenza della frutta che, da dura e un po’ allappante che era, sarà nel frattempo diventata tenera alla forchetta. A questo punto la frutta cotta e sgocciolata deve essere liberata dal torsolo e passata al setaccio fino ad ottenere una crema consistente. Dopo avere pesato la passata vi si dovrà aggiungere dello zucchero (600 gr. di zucchero per ogni chilo di frutta passata). La cottura a fuoco moderato vi regalerà una confettura di straordinario profumo e colore che potrete versare in formelle di terracotta e che si potrà sformare quando sarà abbastanza asciutta da consentirvelo.

 

La marmellata di mele cotogne

 

Un’alternativa pratica alla cotognata dura è quella di diluire la passata di frutta con un po’ del succo di cottura: questo vi permetterà di ottenere una marmellata della consistenza desiderata che potrete mettere in barattolo e che diventerà la regina delle vostre colazioni invernali.

Provare per credere.  

 

 

postato da: giadanila alle ore 17:55 | link | commenti (11)
categorie: natura, sicilia, etna, cucina siciliana, voglia di raffinatezze
venerdì, 17 ottobre 2008

Micio permaloso e mare luminoso

Si, si, lo so, ero rimasta a Domenico Seminerio, ma ne parliamo un'altra volta, eh? Intanto volevo aggiungere due cose:

n. 1) mi sembra doveroso mostrarvi com'è cresciuto Pamuk (leggasi "il mio splendido micio" ) e lo voglio fare con una foto che lo ritrae in una posa inedita. Ecco in prima visione assoluta  "Pamuk arrabbiato"

Pamuk arrabbiato

n. 2) vorrei poi un parere spassionato su questa domanda che mi sono fatta ieri: è possibile trovare la forza di andarsene tranquillamente e doverosamente al proprio (per fortuna bellissimo) lavoro, nel caso in cui lungo la strada che si percorre abitualmente ci si dovesse imbattere in tutto questo?

mare d'incanto

 

postato da: giadanila alle ore 10:47 | link | commenti (6)
categorie: natura, gatti, amici, sicilia, emozioni, magia, foto mie, catania, maredautunno
domenica, 21 settembre 2008

Allo sbando!

Si parlava tra vicini di blog (anzi tra vicine di blog) dei livelli di degrado raggiunti dalla classe politica siciliana (e sfortunatamente non solo da quella siciliana) che ha portato una città splendida qual è Catania sull’orlo del baratro. Purtroppo non c’è stata una sostanziale differenza, almeno in termini di risultato, tra le diverse correnti politiche che si sono più o meno alternate al governo della città, tutte sono state accomunate dall’esibizione di un’irreprensibile faccia(ta), non importa davvero fatta di cosa, dietro cui si è annidato spesso arrivismo politico, smania di potere, clientelismo, quando non direttamente corruzione e malaffare.

Eppure non dovrebbe meravigliarci più di tanto questa sorta di uniformità di comportamenti: basta pensare, infatti, agli stessi meccanismi elettorali per capire che la politica non è più da molto tempo un fatto di ideologia, né di passione, né di partecipazione, la politica è ormai solo matematica. Quando si parla di politica ecco che avanzano coalizioni e schieramenti, ci si misura su terreni di scontro o in precari terreni d’incontro, si sfoderano dichiarazioni programmatiche come sciabole affilate che però ormai non feriscono più nessuno, che restano sospese nell’aria a dondolare sempre più pigramente in attesa di puntare, a ogni nuovo soffio di vento, la loro lama di latta verso altri bersagli, senza mai riuscire però a distinguere un nemico vero e affidabile, qualcuno o qualcosa da combattere, forse perché nemmeno i nostri stessi preziosi leader hanno qualcuno o qualcosa in cui credere.

La politica è matematica, dicevo. E lo dicevo, perché un’altra cosa che accomuna tutti questi  bravi cavalieri senza macchia e senza paura è la caccia forsennata ai numeri.

Senza numeri non sei nessuno. E anche se hai i numeri devi stare attento, perché c’è sempre qualcuno più matematico di te che è pronto a farti le scarpe. Quando poi finalmente, dopo lunghissime, elaboratissime e sudatissime operazioni numeriche, che toccano il campo della geometria euclidea e non euclidea, della trigonometria e dell’algebra, arrivi a sederti sulla sospirata poltrona (poco importa se di sindaco, di presidente della provincia o della regione, di sottosegretario agli affari privati o di ministro delle tue finanze), cosa ti conviene fare? Presto detto: cerca di mettere insieme un periodo almeno un po’decente di malgoverno (hai presente i borboni?), senza però mai dimenticare i sani principi della matematica, e stai pure tranquillo, l’uscio del Parlamento ti si spalancherà davanti con la stessa docilità delle porte di un saloon,  anzi la velocità di apertura del suddetto uscio è inversamente proporzionale ai benefici che gli amministrati ricaveranno dalla tua elezione. Quindi vai con  la matematica e fatti furbo…

Queste amare (ma non rassegnate!) considerazioni sono frutto dell’osservazione diretta dei fatti, ma – ammettiamolo pure – anche di qualche lettura, anzi di un libro in particolare, una sorta di romanzo (neanche a dirlo di un siciliano) che, per quanto dichiaratamente non abbia pretese di ricostruzione storica, mi è servito non solo ad assaporare una scrittura essenziale e senza fronzoli, dolorosamente reale, ma mi ha anche reso evidente e trasparente quello che già sapevo, vale a dire che « semu ‘a mani ‘i nuddu ». Traduco per i non siculi: “siamo nelle mani di nessuno”, cioè – aggiungo io – siamo allo sbando. O ancora, per dirla con un altro sicilianismo, siamo “senza re né regno”.

E Senza re né regno è appunto il titolo del romanzo di cui volevo parlarvi, scritto da Domenico Seminerio e pubblicato da Sellerio qualche annetto fa. Alla prossima dunque.

mercoledì, 02 luglio 2008

Notti siciliane

 

È arrivata l’estate. E con l’estate è arrivato anche il caldo spesso eccessivo che ti fa desiderare che scenda presto la notte. Allora adesso voglio parlarvi di una piccola gemma offerta dalle notti siciliane. Chiudete gli occhi e immaginate il buio. A volte è profondo e senza luna, né stelle. Altre volte è invece rischiarato tenuemente da mille puntini luminosi che trafiggono le tenebre più dense. In ogni caso siete in un giardino appena annaffiato: le foglie sono impreziosite da gocce scintillanti e la terra umida promana una frescura odorosa attraversata da mille profumi.

A questo punto ho a portata di mano tutto quello che mi serve per celebrare un connubio purissimo. Lo sposo è un bell’arbusto di Aloysia triphylla, comunemente chiamato Verbena Citriodora o anche Cedronella. In estate i miei cespugli di cedronella, infatti, non si stancano di infittirsi di sempre nuove propaggini, cariche di foglie verdissime che, se leggermente strofinate, odorano di cedro, di limone e di muschio. L’odore un po’aspro e agrumato della cedronella ha però bisogno di una sposa candida e sontuosa, regale nella sua meravigliosa semplicità, dolce e vellutata come il suo profumo antico. E così, anche se la notte non dovesse essere stellata, io possiedo il mio piccolo firmamento in miniatura, cioè la mia siepe di gelsomino aggrappata al muretto di recinzione che nel buio appare delicatamente punteggiata di piccoli fiori bianchi dall’incredibile profumo.

Ormai è diventato un vizio, una vera e propria dipendenza: d’estate non riesco ad andarmene a nanna senza il mio piccolo bouquet profumato di agrumi e zucchero candito da mettere sul comodino. Sarà per questo che faccio spesso bei sogni?

 

postato da: giadanila alle ore 10:21 | link | commenti (7)
categorie: parole, pensieri, natura, sogni, sicilia, emozioni, magia, muri, notte
mercoledì, 25 giugno 2008

Sua Altezza il Cotogno Verde

 

 

Oggi sono andata in campagna. A circa 700 m. sul livello del mare, in mezzo a un vigneto, che ormai è quasi un oliveto, c’è un piccolo albero di melo cotogno. Mi ha colpito la bellezza dei frutti tondi e ricoperti da una lanugine argentata, perfetti nella loro acerba bellezza, circondati dalle larghe foglie carnose, racchiuse quasi a formare un manto regale, e sormontati dal loro prezioso diadema .

Eccolo, sua altezza il Cotogno Verde.

 

 cotogno verde

 

 

Ho sempre amato l’odore intenso e un po’ aspro dei suoi grossi frutti autunnali, a volte mi sono dilettata a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una tradizionale conserva dai bei colori ambrati che si versa ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari, ecc. Il fondo delle formelle è intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case coloniche con interi paesaggi, ecc., cosicché, non appena la cotognata ormai solida viene sformata, sulla sua lucida e dolce superficie emergono in rilievo anche i più minuti decori.

Insomma, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.

La cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, ci insegnano i nostri nonni, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata sotto l’albero di natale.

 

Quest’angolino dedicato al cotogno è un piccolo pretesto per riportare qui i versi di un poeta siriano, Nizar Qabbani (1923-1998), tratti dalla poesia Damasco… giubilo di acqua e gelsomini

 

 

Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita


Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno


Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano......

postato da: giadanila alle ore 15:40 | link | commenti (9)
categorie: parole, natura, poesie, poesia, foto, sicilia, foto mie, catania, cucina siciliana
domenica, 25 maggio 2008

Finestre

finestrella

Una finestra è un occhio sul mondo e, come un occhio, ha un grandissimo potere di regolazione. Sollevi la palpebra ed ecco che dal porto sicuro della tua piccola o grande dimora puoi raggiungere quello che c’è fuori di te, lontano da te oppure vicino, puoi coglierne dimensioni, colori, sfumature, chiaroscuri, movimenti. E ti basta semplicemente abbassare la palpebra ed ecco che si abbassa il sipario, le luci si spengono, tutto tace. Quel brulichio di tinte, il baluginare delle luci, le vibrazioni dell’aria, le metamorfosi della materia, le sbavature delle approssimazioni e i tremolii dei contorni restano là fuori, mentre dentro di te, adesso, impera sovrano il buio, la quiete, il silenzio, l’assenza.

O forse è il contrario?

postato da: giadanila alle ore 19:02 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, finestre, sicilia, magia, foto mie, muri, fughe, metafore
giovedì, 01 maggio 2008

Altri muri

muro scrigno

 

... poi ci sono altri muri.

Più che muri, sono magnifici forzieri costruiti sapientemente con schegge di antiche lave rapprese, con gli umori pietrificati di un vulcano bello e terribile come un nero angelo del giudizio.

Mani sagge hanno dunque creato queste solide architetture, pensate come scrigni atti a contenere il prezioso oro verde dei boschi, dei vigneti, dei frutteti e dei campi coltivati. Per circoscrivere i poderi, esse hanno eretto solidi contrafforti contro l’aggressione dell’alterità, si dovesse mai presentare sotto spoglie di animali da pascolo o di erbe infestanti o di devastanti incendi o di ruberie. Hanno affidato alla saldezza della pietra la fragilità della vita vegetale, tenera e commovente nella sua rigogliosa debolezza.

Erigendo quei muri, hanno elevato un canto nuovo alla natura e alla storia.

 

 

postato da: giadanila alle ore 22:17 | link | commenti (5)
categorie: pensieri, natura, sicilia, emozioni, foto mie, muri, metafore, etna
venerdì, 04 aprile 2008

La Signoria del Sogno

miraggio

Mi ricordo bene di quella mattina, filavamo su due ruote per stradine di campagna odorose di erbe seccate dal solleone e punteggiate dal frinire delle cicale. Ma ad ogni curva ci sorprendeva l’alito fresco che spirava dai costoni folti di querce e castagni e la loro ombra mobile ci accarezzava il viso e le braccia, ci abbacinava con il suo buio misterioso e amico. Nell’intenso polverio di luce tutto ciò che era tenero e indifeso e vivo ardeva fino a consumarsi, fino a diventare una chiara parvenza di se stesso.

Ma alla quart’ultima curva qualcosa era successo. Il corpo delle pietre, della polvere, dei muri, degli alberi, il corpo di tutte le cose era ormai saturo di quella luce incandescente che, non più assorbita, veniva respinta e restituita al suo artefice. E così nel punto di incontro tra i raggi solari più intensi e il loro riflesso che tornava indietro era sorto il miraggio. Un grumo informe di terra aveva cominciato a crescere, a lievitare nell’aria liquida, nella magica circonferenza tracciata dai muri. Poi la materia aveva ceduto alla spinta della forma ed era apparso lui: il Paese Imperscrutabile, il Regno del Silenzio e dell’Assenza, la Patria dei Rigettati, il Nido del Ricordo, la Repubblica dell’Idea, la Signoria del Sogno.

 

giovedì, 27 marzo 2008

Maredinverno

maredinverno

 

Avevano ragione i romantici a percepire la natura tempestosa come un autentico specchio della propria anima.

Cosa c’è di meglio che passeggiare sulla sabbia umida resa compatta dalla forza altalenante delle onde salate per sentire centuplicate e come esaltate anche le sensazioni meno gradevoli che accompagnano la nostra vita quotidiana?

Il senso di abbandono, la finitezza, la malinconia, il male di vivere, lo spleen contemporaneo e ogni sorta di solitudine davanti a un mare così cupo e rimbombante sembrano diventare nuovi valori, sembrano perdere quel potenziale di distruttiva e logorante banalità per mutarsi in sentimenti quasi epici.

La grandezza di questi sentimenti è amplificata dagli echi indistinti di voci lontane anche secoli che giungono fino a noi con le vele della poesia, della letteratura e della pittura e riescono a distanza di tanto tempo a esprimere mirabilmente lo sgomento e la passione nello scoprire che l’anima può diventare una cosa sola con la natura inquieta.

Forse per questo amo David Caspar Friedrich.

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