Pomeriggio di febbraio
Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.
Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.
Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.
Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.
Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.
L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.
Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…
Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette.
Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.
Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.
Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.
Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.
La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.
Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.
Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.
La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.
Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.
Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.
Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.
Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.
In silenzio.
Di nuovo insieme.
Sorridendo di triste sollievo.
È arrivata l’estate. E con l’estate è arrivato anche il caldo spesso eccessivo che ti fa desiderare che scenda presto la notte. Allora adesso voglio parlarvi di una piccola gemma offerta dalle notti siciliane. Chiudete gli occhi e immaginate il buio. A volte è profondo e senza luna, né stelle. Altre volte è invece rischiarato tenuemente da mille puntini luminosi che trafiggono le tenebre più dense. In ogni caso siete in un giardino appena annaffiato: le foglie sono impreziosite da gocce scintillanti e la terra umida promana una frescura odorosa attraversata da mille profumi.
A questo punto ho a portata di mano tutto quello che mi serve per celebrare un connubio purissimo. Lo sposo è un bell’arbusto di Aloysia triphylla, comunemente chiamato Verbena Citriodora o anche Cedronella. In estate i miei cespugli di cedronella, infatti, non si stancano di infittirsi di sempre nuove propaggini, cariche di foglie verdissime che, se leggermente strofinate, odorano di cedro, di limone e di muschio. L’odore un po’aspro e agrumato della cedronella ha però bisogno di una sposa candida e sontuosa, regale nella sua meravigliosa semplicità, dolce e vellutata come il suo profumo antico. E così, anche se la notte non dovesse essere stellata, io possiedo il mio piccolo firmamento in miniatura, cioè la mia siepe di gelsomino aggrappata al muretto di recinzione che nel buio appare delicatamente punteggiata di piccoli fiori bianchi dall’incredibile profumo.
Ormai è diventato un vizio, una vera e propria dipendenza: d’estate non riesco ad andarmene a nanna senza il mio piccolo bouquet profumato di agrumi e zucchero candito da mettere sul comodino. Sarà per questo che faccio spesso bei sogni?
Purezza di zolfo
in liquide creste,
marea d'incertezza
che statica baia
nel sonno
lambisce
racchiusa
in cupola d’aria
più nera
a colorare più forte
balaustrate ritorte,
e in bilico inseguo
per rupi d’acqua e sale
la rivolta apparente
del bene e del male,
la svista perenne
che inganna, che sfugge
che ignorando distrugge
punto fermo che
resta
al centro del niente
nell’aria morente
della sera.
Mi ricordo bene di quella mattina, filavamo su due ruote per stradine di campagna odorose di erbe seccate dal solleone e punteggiate dal frinire delle cicale. Ma ad ogni curva ci sorprendeva l’alito fresco che spirava dai costoni folti di querce e castagni e la loro ombra mobile ci accarezzava il viso e le braccia, ci abbacinava con il suo buio misterioso e amico. Nell’intenso polverio di luce tutto ciò che era tenero e indifeso e vivo ardeva fino a consumarsi, fino a diventare una chiara parvenza di se stesso.
Ma alla quart’ultima curva qualcosa era successo. Il corpo delle pietre, della polvere, dei muri, degli alberi, il corpo di tutte le cose era ormai saturo di quella luce incandescente che, non più assorbita, veniva respinta e restituita al suo artefice. E così nel punto di incontro tra i raggi solari più intensi e il loro riflesso che tornava indietro era sorto il miraggio. Un grumo informe di terra aveva cominciato a crescere, a lievitare nell’aria liquida, nella magica circonferenza tracciata dai muri. Poi la materia aveva ceduto alla spinta della forma ed era apparso lui: il Paese Imperscrutabile, il Regno del Silenzio e dell’Assenza,
…altri muri, invece, non ci precludono gli orizzonti, ci lasciano respirare, vedere, sentire e ci guidano senza parole verso le nostre mete.
Il sipario delle tenebre si apre
e
lenta
inizia la liturgia del giorno.
Procelle di luce innalzano metamorfosi di draghi
in accavallato splendore.
Nella distesa del mattino,
combatte il cavaliere
l’eroica inutile battaglia
e il suo sangue
già tinge
di porpora
le vesti dell’aurora.
Come pensiero che affonda
sprofondo
nel precipizio
dei tuoi fondali
incantati.
Rapida
ritorno su,
vorrei riemergere
per un attimo
e respirare
l’aeriforme materia
circoscritta
nei cerchi concentrici del cielo.
Ma fluttuando
mi scopro
trattenuta
dai neri coralli
del tuo amore.
… dunque, dicevo (v. post del 2 Novembre) di com’è bello e anche esaltante trasformare la realtà ordinaria, manipolarla o addirittura ricrearla per mezzo della metafora, figura di stile ma anche e soprattutto modalità di pensiero.
Allenarsi ad accostare le cose reali (o irreali) a cose che in apparenza sono completamente diverse ma che nel loro meccanismo interno, nel loro senso connotato o nelle loro dinamiche relazionali possono presentare delle analogie sorprendenti può condurre davvero a pensare in modo più aperto e stimolante, senza che si resti schiacciati dalla zavorra del pensiero unilaterale.
Per esempio a me piace molto guardare il mare, i suoi colori e i suoi umori sempre cangianti, le sue superfici più o meno distese che celano abissi insondabili e così via e ogni tanto mi piace pensare che il mare sia un uomo e la spiaggia una donna.
Cos’è che accomuna il binomio mare/spiaggia e il binomio uomo/donna?
Io direi la qualità del loro rapporto, ambiguo, ambivalente eppure imprescindibile, un rapporto che consiste nel cercarsi, nel ritrarsi, nel modellarsi reciprocamente, nell’infrangere continuamente i propri confini e le proprie barriere, nel restare uniti pur nella propria imprescindibile diversità.
Incredibile! Questo semplice slittamento di significati (mare => uomo, spiaggia => donna) permette di vedere le cose sotto prospettive diverse e più profonde che a volte mettono le ali al pensiero.
Per questa ragione mi piacerebbe sapere quali pensieri ispira, soprattutto ma non solo ai poeti, la contemplazione del mare.
Urali
Passi tra i sassi,
passi come sassi
si sgretolano su torrenti asciutti in cerca
dell’oro promesso.
Lassù,
cupola di tenebra
genera mischiati bagliori
di tempesta.
Corri.
Ci aspetta il rifugio.
Più giù,
più a valle
più distante da questa catena di montuose ombre.
Non corro.
Forse salgo.
Forse volo.
Più in là,
più avanti,
più ad ovest di questa catena di montuosi rimbombi.
Non voltarti ancora.
Voltati.
Guarda
la terra rotonda
girare nell’universo,
mutare,
prendere mitologica forma,
di capo,
di testa di maschia bellezza.
E tra le buie chiome
un cerchio di luci s'accende,
corona
e arcaica topografia
di una catena di montuose trasfigurazioni.
Colpo di scena. Lungi dall'aver svelato l'identità del maniero, il mistero s'infittisce. L'ultimo indizio (ved. post precedenti) non è servito a far luce ma piuttosto a rendere più inquietante tutta la faccenda.
Siccome però le cose facili non mi sono mai piaciute, il concorso finisce qui, non prima di avere però inserito un ultimo terrificante dettaglio.
Chi c'è c'è, chi non c'è non c'è.
Probabilmente il primo premio (bacio virtuale in fronte ) resterà non assegnato.
Purtroppo non si può andare contro il destino...
A voi l'ultima chance.
Buona fortuna

E azzurre foreste
colano spente
sul davanzale della sera.
E cattedrali di parvenze
innalzate sull’abisso
appongono il sigillo sulla verità e adottano
autorevoli protocolli operativi.
Incustodite
mandrie di cinghiali
spinte dai confini verso il centro
organizzano banchetti di sangue
nell’altissimo nome dell’Oggettività.
Scusate, signori, prendo l’ombrello che avevo dimenticato.
Ignari,
continuano
il loro pasto famelico,
l’ultimo
prima dell’apocalisse.
Va bene, va bene, sono stata troppo avara di indizi. Allora torniamo un po' indietro, un po' prima della notte al castello. Facciamo che risaliamo alla sera al castello. Si, però, l'immagine sarà ....
soltanto un'immagine riflessa sull'acqua. Basterà? Su andiamo, già si può azzardare qualche ipotesi.
Ammetto che l'indizio non riusciva a diradare le tenebre... Provo a rischiararle un po', magari con la fiamma di una candela...

certo che adesso è tutta un'altra cosa.
O no?
E' una foto scattata qualche mese fa dalla finestra di un misterioso castello in una notte di velluto. Si vede poco, è vero, si intuisce un giardino e dei bagliori diffusi, forse dei fuochi fatui...
La sfida è aperta: chi indovina di quale castello si tratta?
Ogni tanto mi gira di fare una cosa diversa dal solito. Ma di questa idea che mi è venuta dirò nel mio prossimo post.
Adesso voglio fare una specie di introduzione a questa idea. Dunque:
INTRODUZIONE ALL'IDEA CHE MI E' VENUTA
Siccome ho messo alla prova il potere della scrittura, mi sento di potere affermare in tutta tranquillità che se è vero che si può scrivere solo dopo avere pensato è altrettanto vero che scrivere aiuta a pensare.
Mi è capitato diverse volte di scrivere una cosa leggermente diversa da quella che avevo inizialmente pensato, proprio perchè l'esercizio stesso della scrittura aveva nel frattempo affinato il mio pensiero.
Quando mi capita questa cosa, mi esalto...
Poi c'è un'altra cosa che mi esalta, e cioè inventare metafore.
Quando ci riesco, mi capita di vedere le cose ordinarie sotto un aspetto nuovo, inedito, a volte esaltante. Altro che magia...
E allora perchè non coltivare questa raffinata arte?
