venerdì, 19 giugno 2009

Raccontino... ino... ino... ino!

E' tanto che non scrivo niente.




Così (giusto per riprendere i contatti) posto questo brevissimo scritto che mi auguro non faccia cadere nessuno in depressione.




Lo pubblico con un po' di tenerezza perchè l'ho trovato abbandonato (e non senza giusta causa!)da almeno tre o quattro lustri in fondo a un cassettino... ino... ino... ino! 




Spero nessuno me ne vorrà!




 




Morte nel pomeriggio






Mascia e Linka se ne stanno al tavolino del bar da almeno cinque minuti a gustarsi il fondo zuccherino rimasto nelle tazzine di caffè.




- Linka, per caso hai letto Il Signore delle mosche di William Golding?




- Non ancora, pourquoi? Ne vale la pena?




- Dipende. A dire il vero, quell’inglese mi sembra un opportunista buono solo a farsi bello con le penne altrui…




- Vraiment? Non credo di avere ben capito il concetto… no, cara, non affannarti a spiegarmelo, fa lo stesso, sono sicura che sopravvivrò comunque. Mica possiamo essere tutte intellettuali come te. Lo sai che preferisco lo sport alla lettura. Non so cosa darei per fare un po’ di sci nautico, se non fosse per il mio terrore dell’acqua… per fortuna mi rifaccio nella discesa libera.




- Ho capito, Linka, sei la solita ignorante, con te si può parlare solo di spazzatura.




Prendono un altro po’ di zucchero dalla tazzina. Mascia assume un’espressione tra il languido e il rapito.




     - Uhmmm, tesoro, assaggia un po’ questo!




     -  Perché dovrei, Mascia chérie? Ha forse qualcosa di speciale che il mio non ha? In fondo si tratta solo di sucre sciolto nel caffè…




    - Ti sbagli, gioia, questo doveva essere un caffè boliviano a lenta tostatura addolcito con puro zucchero di canna.




    - Come no, quella che ti sei fumata poco fa, mon petit chou.




Continuando a gustare quel nettare prelibato, Linka sghignazza con antipatica soddisfazione verso Mascia che invece è visibilmente contrariata.




-   Attenta, Linka, smetti di ciambellare così in quella tazzina, il gioco che stai facendo è pericoloso, lo sai. Potresti finire per restarci per sempre a questo tavolo. Di questi tempi la gente si spazientisce facilmente, va a finire che prima o poi t’imbatti proprio col tipo che magari ha preso troppi caffè e vuole sfogare il suo nervosismo sulla prima che gli capita a tiro.




-   Ma sentitela, mi scoccia tutto il giorno, è sempre lì a farmi le prediche, non mi lascia respirare, ça m’étouffe. Io voglio vivere la mia vita come mi pare, lunga o breve che sia, senza stare sempre a pensare al peggio. E invece lo sai cosa mi succede a ogni passo? Mi trovo davanti te, la grande Mascia, la sconocchiata del paese.




-  Ah si? Allora Linka sai che ti dico?




-  No.




-  Vaffa!




- Merci. Ma per favore adesso vai a delirare da un’altra parte!




Mascia si allontana profondamente amareggiata. Certo che avere una sorella del genere non porta nessun vantaggio. Ti restano solo le responsabilità e le rogne. Soddisfazioni nisba. Delusa, va ad appoggiarsi su un muretto e rimane ad osservare con aria torva quella maleducata scimunita di sua sorella. “Ma guardatela, la sporcacciona, tutta appiccicosa di zucchero e smancerie. Ingorda!”




In quel momento dal bar esce Piconzo, due metri di lardo e stupidità. Avrà buttato giù almeno una decina di caffè corretti, si vede che è alterato e che si guarda intorno come se cercasse qualcuno con cui prendersela. Posa il suo sguardo imbufalito su quella sventata di Linka che, come se niente fosse, continua a trastullarsi con lo sciroppo al caffè. Il bruto d’improvviso si ferma, piega in quattro la gazzetta dello sport e… sbemmmm! con un gesto deciso e fulmineo spalma Linka sul tavolino. Poi se ne va come se niente fosse, lo stronzo!




Mascia si volta per non guardare, poi prende il volo e va a posarsi sul tavolinetto del bar dove giace quel che resta di Linka. Con gli occhi pieni di lacrime e la voce strozzata, le grida:




- Cretina, te l’avevo detto!

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categorie: parole, vita, tristezza, scrittura, umorismo, sorpresa
sabato, 11 aprile 2009

è uno di quei giorni così




È uno di quei giorni in cui non hai energie, quando tutto ti sembra impregnato dello stesso grigio del cielo, un giorno senza entusiasmi, senza sfumature, senza voglia di fare o di non fare, un giorno da disfare, da cambiare, da reindirizzare. Un giorno buono solo per prendere in considerazione, a una a una, tutte le cose che non vanno dentro e fuori di te. Ma poi non è nemmeno questo. Non so come trovare le parole.


Ma poi mi chiedo: a che pro cercare le parole giuste quando, prima di noi, qualcuno ha saputo esprimere straordinariamente questo malessere sottile che inquina l'anima e sembra scioglie nella trasparenza dell'acqua?


Parlo di una bellissima poesia di un grande poeta francese.


Riporto il testo originale perché questa cosa di cui sto parlando mi impedisce di tradurla in italiano


Comunque la poesia recita pressappoco così: «Piange il mio cuore come piove sulla città!»








Il pleure dans mon cœur





Il pleure dans mon cœur

Comme il pleut sur la ville;

Quelle est cette la
ngueur

Qui pénètre mon cœur ?





O bruit doux de la pluie

Par terre et sur les toits !

Pour un cœur qui s'ennuie

O le chant de la pluie !





Il pleure sans raison

Dans ce cœur qui s'écœure.

Quoi ! nulle trahison ? ...

Ce deuil est sans raison.





C'est bien la pire peine

De ne savoir pourquoi

Sans amour et sans haine

Mon cœur a tant de peine!





(Paul Verlaine)








Un saluto speciale e un bacio a Lilla che mi aspetta sempre, anche quando non arrivo mai.




postato da: giadanila alle ore 10:21 | link | commenti (4)
categorie: parole, pensieri, poesie, poesia, riflessioni, vita, malinconia, tristezza, emozioni
mercoledì, 25 febbraio 2009

Ed ecco il raccontino surreale!

Pomeriggio di febbraio


 


 


Il tintinnio di cristalli in sequenze dodecafoniche lacera il sipario numero uno. La diva scosciata, scollata, scortata da tre o quattro perturbazioni di aria speziata, sposta le rapide dei capelli ed entra con gran furore di accenti e di mani.


 


Peppo piega il giornale e, invece di guardare dalla sua parte, continua a spiare il sipario numero due che freme nella sua elastica indeformabilità sotto spinte non meglio precisate.


 


Fuori piove, piove ormai da trentaquattro minuti e la pioggia obliqua ha striato con unghie di ghiaccio i vetri della parete ovest, scavando cunicoli buoni a custodire i pensieri veloci.


 


Peppo però non ha pensieri veloci, l’unico pensiero che ha è lento, molto lento, troppo lento. E pesante.


 


Vorrebbe far finta di niente, ma la moquette si solleva quando il pensiero lento di Peppo ci cammina sotto carponi e il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Sono entrati due. Forse tre. Figure piane, rettangoli dalla natura combinatoria, volano sul tavolo con gran fragore, cappelli indietreggiano su fronti rugginose, fanno posto a imprecazioni soffici e allegre che mulinano tra vestigia di denti.


 


L’alberello di melo arriva, bianco e nero nella sua gioiosa ridondanza, si china, sorride rivolto al lampadario che dondola languido tra le correnti oceaniche, poi scrive sulla falda della camicia: “Ospite della giornata numero cinquantaquattro” e accanto “Vuole solo caffè”. Adesso il suo sorriso è diventato un sibilo selvatico che fa ondeggiare i fogli del calendario.


 


Gennaio, febbraio, marzo, aprile, poi di nuovo febbraio. Quante carezze di vento sulle pagine chiare piene di numeri. E ogni numero un giorno. E ogni giorno una sconfitta. E ogni sconfitta un debito. E ogni debito…


 


Il pensiero lento ha approfittato della distrazione di Peppo per spostarsi ai piedi della muraglia di legno e granito. La diva non se ne accorge e ride a gola spiegata, mentre i capelli le si attorcigliano sulle spalle come aspidi stranieri. Gira su Peppo due pozze torbide di muschio e fango, al loro confronto non sono niente i tuoni che guerreggiano sopra il mare. Le catene diventano più strette, sono quasi manette. 


 


Alle sedici e cinque, piove ancora. Cariatidi di vetro sollevano il soffitto, aprono lo spazio a vortici di parole. L’alberello di melo si china su Peppo senza parlare, cancella con un gesto della mano le parole che lui sta scrivendo quietamente sullo schermo traslucido, sollecita una reazione diversa che però non arriva. Allora con scrupolo controlla il risvolto della manica e legge attentamente quello che c’è scritto: “Ancora niente caffè”. Si allontana muto e dondolante, le foglie sembrano un po’ vizze, i frutti impalliditi e stanchi.


 


Alle sedici e tredici, Peppo ha perso di vista il suo unico pensiero, che ne ha approfittato di nuovo per appiattirsi dietro la pendola in movimento. Si acquatta spesso, quel pensiero, senza nessuna formale o informale autorizzazione, come se fosse padrone di se stesso e non appartenesse invece a qualcuno. Forse vuole dimostrare qualcosa.


 


Dietro la muraglia, una flessuosa sassifraga si è accorta che c’è qualcosa che non va nella pendola. Armeggia pazientemente, con cautela estrae il pensiero di Peppo, se lo avvicina agli occhi, lo annusa e poi, tenendolo tra la punta dell’indice e quella del pollice, lo porta fuori e lo infila nel bidone dell’immondizia con aria schifata.


 


Cinque o sei nugoli di parole si sono ora addensati sotto la tettoia gocciolante, e fanno a gara per conquistarsi il diritto di sguazzare nella grondaia colma di pioggia. Non smette di piovere e già l’orlo del cappotto di Peppo è diventato più scuro e pesante, mentre il pensiero lento è stato messo crudelmente fuori combattimento. La diva ha puntellato con forza gli stivaletti di corteccia contro l’uscio trasparente, agita le mani e lancia i suoi duecento aspidi all’inseguimento delle prede. L’odore di spezie è inquinato da un rivolo di naftalina che gonfia di passato le tende bucherellate ammonticchiate per terra.


 


La bionda creatura prigioniera del vetro molato sparisce nell’attesa di un caffè che non arriva.


 


Ora la sassifraga ha portato dentro il bidone dell’immondizia, dove il pensiero lento di Peppo, fino a poco prima, si agitava come un forsennato, con grande rumore di ferraglia e di risacca. Ma a Peppo non interessa più. Sullo schermo traslucido sta disegnando con mano leggera il vuoto presente. Il vuoto è leggero. Leggero e privo di peso e di spessore, somiglia al niente. Peppo certe volte ama il niente. Anzi lo preferisce. Lo preferisce al tutto, al pieno, al pesante. Il vuoto, come il nulla, non richiede applicazione, né sforzo, né disperata necessità di andare sempre a cercare il bandolo del filo che unisce le cose. Il vuoto disegna se stesso nell’unico modo possibile. Non invade, non prevarica. È.


 


Alle cinque meno sette, la pioggia diminuisce sensibilmente. Peppo si alza. Attraverso il vetro gonfio di bolle guarda il cielo illuminarsi di crepuscolo. Con la punta dell’ombrello sposta il coperchio del bidone che spalanca la sua apertura nera, muta e immobile. Dentro, il pensiero lento giace esanime.


 


La diva si volta di scatto e orchestra un riso da iena. L’alberello di melo rabbrividisce con tristezza e sembra rattrappirsi. La sassifraga scaglia contro le pareti lance dalle punte avvelenate dalla superbia e dal rimorso.


 


Peppo resta immobile. Per tre o quattro minuti.


 


Poi si avvia verso l’uscita sud, spinge via con foga la diva e i suoi calzari di corteccia aspra, picchia con l’ombrello contro la grondaia, che gli getta addosso una manciata di perle fredde.


 


Quando sta per andare, sente un peso dentro l’orlo scucito del cappotto. Qualcosa che pian piano gli si acquatta sulle spalle, sotto il cappotto. Qualcosa di caldo e pesante. Di lento.


 


Peppo ha un guizzo vivace di corniole, prima di scomparire nella via luccicante.


 


In silenzio.


 


Di nuovo insieme.


 


Sorridendo di triste sollievo.


 

domenica, 22 febbraio 2009

Foto della domenica

 




Ecco la foto. Sì, sempre siciliana è...




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mare aperto




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e proseguiamo con il raccontino surreale che s'intitola




 .




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Pomeriggio di febbraio




 


... à la prochaine

 


domenica, 01 febbraio 2009

Passione e ragione

 

Dopo la tempesta di leopardiana memoria, tutto brilla di una luminosità primigenia. Nella fattispecie, la tempesta che si è abbattuta sul litorale della Sicilia orientale nel primo mese di questo nuovo anno ha demolito muri di contenimento, ha divorato vestigia solitarie di lidi balneari, ha strappato recinzioni di canne e fatto arenare sulla spiaggia una bruna flora marina odorosa di lontananze, ha spazzato senza pietà il litorale e i boschi marini, ha distrutto, abbattuto, infranto, cancellato, raschiato, divelto.

Ma, a onor del vero, ha anche lavato, pulito, rigenerato, levigato, rimodellato, oserei dire perfino ripensato tutto il paesaggio. E non è poco.

Una passeggiata sulla spiaggia nella prima mattinata di sole dopo la tempesta è un dono prezioso fatto di aria, di luce, di colori. Soprattutto del colore azzurroluce, il mio preferito, adoperato in tutte le sue sfumature, cosa che vi capiterà senz’altro di osservare se per esempio guardate un piccolo fiume gelido che, riflettendo la tinta turchese del cielo pulito, si getta nelle acque saline dello Ionio.

E questo è lo spettacolo che mi si è presentato l’altra mattina...

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 mare in tempesta

 

E, come dicevo in un altro lontano post, il paesaggio non offre a chi lo contempla solo un piacere estetico, ma può riuscire a suggerire qualcosa di più profondo ed “esistenziale”.

Per esempio, a me ha ricordato che la bellezza della vita è data dal confluire della passione vitale, che scorre e scava, nel grande mare calmo dei valori e delle certezze di ognuno di noi. Ognuna di queste due cose, in assenza dell’altra, finirebbe per distruggere con la sua forza incontrastata o per estinguere con la sua quieta mancanza di partecipazione.

Purtroppo queste due cose non sempre si armonizzano, più spesso sono in conflitto o addirittura si respingono, ma è certa una cosa…

 dopo la tempesta

...

...

… il fiume dovrà sempre finire nel mare.

 

postato da: giadanila alle ore 09:49 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, natura, vita, foto, sicilia, emozioni, magia, foto mie, metafore, maredinverno
mercoledì, 05 novembre 2008

Ragazzi, si cambia!

Edddai! Obama ce l'ha fatta!

Poco meno di due anni fa ho conosciuto Suzanne Dracius, una donna splendida, forte e determinata a difendere con le unghie e con i denti la dignità e la cultura di un vasto popolo, da sempre sottomesso, sfruttato, discriminato. Ho accennato al problema in questo post dedicato alla scomparsa di Aimé Césaire e un po' più diffusamente in questo pezzo (pag. 7).

Lo scorso anno, nel tradurre la lettera aperta che Suzanne ha dedicato al "figlio meticcio" e alla "trisavola negra", e che potete leggere qui, ho partecipato con commozione e quasi con meraviglia a un dolore e a una sofferenza lunghi secoli e mai completamente consumati e riscattati.

Adesso gioisco con lei per questa vittoria che è nello stesso tempo un trionfo, un riscatto e una grande speranza per l'avvenire del mondo intero.

Suzanne ti abbraccio, Obama in bocca al lupo!

 

 

domenica, 02 novembre 2008

"Senza re né regno" (seconda e ultima parte)

 

È notorio il mio debole per le metafore, quelle semplici e quelle cosiddette “filate”. Allora, considerato che avevo lasciato in sospeso il discorso sull’istruttivo romanzo di Domenico Seminerio “Senza re né regno” (giuro, non è un mio parente e non lo conosco nemmeno) e visto che sono rimasta affascinata dalla sua capacità di riassumere in una densa e suggestiva metafora la storia e (forse) il destino del popolo siciliano (ma magari non solo siciliano), penso che sia più interessante e illuminante dare la parola allo stesso scrittore.

Lo cito testualmente, sperando di non violare nessun diritto (in tal caso, su eventuale segnalazione degli interessati, mi dichiaro pronta fin d’ora a rimuovere le due citazioni).

Dunque, leggete un po’ questa breve riflessione fatta dal protagonista, Stefano detto il Posporo (per la sua capacità di infiammarsi facilmente) durante un viaggio notturno nella Sicilia del dopoguerra:

“Attraversammo tutta la Sicilia interna e un’infinità di paesi e di paesini, di cui non conoscevo nemmeno il nome. Altri s’intravvedevano appena, abbarbicati sulle cime e sui fianchi delle colline, rivelati dalle rade luci. (…) Di notte, con le poche luci, sembravano tante isole.”

Questo pensiero, stanco e un po’ sonnolento per l’ora buia e la scomodità del mezzo, d’improvviso assume la vividezza di un ragionamento, prestandosi con forza ad esprimere e spiegare l’esperienza politica e personale del personaggio:

… i siciliani non formavano una nazione nel senso classico del termine. Troppe diversità da una zona all’altra.

Non un’isola, ma un arcipelago, di tante isole quanti erano i paesi e le città. Paesi più isolati delle vere isole.

Le isole, almeno, si potevano raggiungere da tutti i lati, per mare. Bastava una barchetta.

I paesi no. Lo vedevo. Il collegamento era possibile mediante un’unica strada, sempre tortuosa, tra burroni e pietraie, fatta apposta per coltivare autarchie ancora feudali e ogni forma d’insularità.

Dell’anima. Del carattere. Della testa. (…)

Ecco perché era fallito il separatismo. (…) Avevamo perso  perché volevamo unificare ciò che da secoli era diviso, era mantenuto diviso, voleva restare diviso”

Che dire? Mi sa tanto che i nostri politici già allora avevano trovato lestamente “ ‘u cugnu ppa nostra potta”!

Altra riflessione (mia): sembra paradossale (ma, secondo me, non lo è), è proprio nella notte, nel buio, nello sfocamento, nell'indeterminatezza, nell'incertezza, nella mancanza di punti di riferimento, che spesso le cose  appaiono allo sguardo nomade e libero da pregiudizi in tutta la loro incandescente chiarezza. 

giovedì, 21 agosto 2008

La solitudine dei numeri primi

 

Eccomi di nuovo. Le vacanze volgono impietosamente al termine. Il viaggio nella fascinosa terra dei magiari ormai appartiene al passato (magari ne parlerò in un altro momento). Adesso preferisco accennare brevemente alle mie due ultime letture estive, il romanzo n. 1 e il romanzo n. 2.

Il primo testo di cui vorrei dire due cosette è naturalmente il romanzo n. 2, cioè  “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Dico “naturalmente” perché avevo deciso di leggere subito questo libro non appena sono stata colpita dal titolo come da una folgorazione (perché invece parlo prima del romanzo n. 2 si capirà dal seguito). È ovvio che quando il titolo di un libro ti folgora, il romanzo vero e proprio farà fatica a rimanere all’altezza della promessa. È quello che succede (a mio parere) con questo romanzo fresco fresco di stampa che mi è stato regalato da una dolcissima fanciulla di nome Vera (ah, queste mamme viziate!). Comunque la scrittura di questo giovanissimo scrittore esordiente (insignito per l’occasione dall’ambitissimo premio Strega) ha pure i suoi pregi: la storia non è banale, anzi mette in campo due sfigatissimi ma interessanti personaggi, Alice e Mattia, e le vicende delle loro vite che li hanno marchiati a fuoco (per sempre? no, scusate, ma questo non ve lo dico, leggetevi il libro e poi magari ne riparliamo) e ce li fa seguire per un arco temporale abbastanza lungo, facciamo ben oltre la soglia dell’età adulta. La scrittura è piana e agevole e fa si che il romanzo lo si beva come un bicchier d’acqua. E così io ho fatto. Non credo di aver sprecato il mio tempo, anche se forse avrei potuto spenderlo un po’ meglio.

Passiamo avanti. L’altro romanzo, il n. 1, l’ho un po’ maltrattato, intendo sul piano morale. Ne avevo già letto, infatti, una quarantina di pagine quando è atterrata sul mio comodino la folgore di cui sopra, cioè il n. 2. Sarà perché il titolo folgorante, come spiegavo prima, non mi lasciava alternative, sarà perché le prime quaranta pagine del romanzo n. 1 che avevo letto mi avevano un po’ sconcertata per una sottile e non meglio precisata ambiguità con cui era trattato un sentimento sacrosanto quale l’amore tra un genitore e un figlio, insomma, per farla breve, ho deciso di tradire questa lettura ancora in fase embrionale, di abbandonarla al suo destino, forse in modo definitivo e inappellabile.

Ma due giorni dopo sono arrivata alla parola fine impressa nell’ultima pagina del libro n. 2. Forse proprio la (parziale) delusione mi ha spinta a ritentare con il romanzo n. 1. Dovevo dargli un’altra possibilità, se non altro perché la persona che me lo ha consigliato (e prestato) gode della mia fiducia più incondizionata (e non c’entra niente il fatto che sia mia sorella): magari si trattava del solito sbarramento delle prime cinquanta/cento pagine allappanti che servono a depistare i non eletti. Infatti, è andata proprio così.

Va bene, va bene. Adesso dico il titolo. Però prima voglio dire un’altra cosa… Oh, no. Devo andare. Mi sa che continuerò domani. O dopodomani.

postato da: giadanila alle ore 17:11 | link | commenti (9)
categorie: libri, vita, letture, scrittura, paolo giordano
sabato, 19 luglio 2008

Decliniamo la malinconia

Lo so che siamo in piena estate, la stagione per eccellenza dell’allegria e del divertimento. Eppure, malgrado questo (o forse proprio per questo), oggi mi va di postare questa poesia di Ada Negri.

 

La fine

Ada Negri (1870-1945)

 

La rosa bianca, sola in una coppa

di vetro, nel silenzio si disfoglia

e non sa di morire e ch’io la guardo

morire. Un dopo l’altro si distaccano

i petali; ma intatti; immacolati:

un presso l’altro con un tocco lieve

posano, e stanno: attenti se un prodigio

li risollevi e li ridoni, ancora

vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.

Tal mi sento cader sul cuore i giorni

del mio tempo fugace: intatti; e il cuore

vorrebbe, ma non può, comporli in una

rosa novella, su più alto stelo.

 

 

Bella, eh, molto bella…

Ogni volta che rileggo questi pochi versi, rivivo quella struggente malinconia che deve avere ispirato la poetessa lombarda e riscopro ancora una volta la bellezza della melanconia.

Si, avete capito bene: la melanconia. Perché, quando non è tristezza cronica o peggio ancora angoscia o disperazione (!), la melanconia, la bile nera dei nostri avi, è un sentimento “nobile”, uno stato d’animo che ci aiuta ad accettare la nostra finitezza o meglio quella fuga del senso che, purtroppo, non sempre riusciamo ad affrontare con disinvoltura.

Questo è quello che mi fa pensare anche la splendida ed enigmatica incisione dell’artista rinascimentale Albrecht Dürer (1471-1528), intitolata appunto “La Melancolia”, ogni volta che mi applico all’interpretazione del suo complesso simbolismo.

 

 Melancolia

Ergo: in quanti modi si può declinare la malinconia?

martedì, 10 giugno 2008

La ragazzina di Ingolstadt e il suo personale Purgatorio

Siamo in Germania, nella gretta e grigia provincia bavarese di inizio Novecento, e più precisamente nella cittadina di Ingolstadt. Ci sono tanti grandi palazzi, dimore austere e salde, che portano inscritti nella loro mesta architettura i rigidi comandamenti sociali: obbedienza, osservanza cieca dei precetti morali e religiosi, conformismo borghese, rifiuto della diversità. Naturalmente tra le pieghe della norma si annidano con grande facilità sentimenti come la superstizione e la bigotteria.

Come viene su una ragazzina che vive sulla propria pelle, giorno dopo giorno, l’esperienza della coercizione, della delazione, dell’insopportabile peso della morale comune che tutto analizza, giudica e condanna? Io credo che debba crescere e diventare adulta portandosi il riflesso di quel grigio nello sguardo e la triste arrendevolezza di chi capisce che la vera vita non è quella, eppure sa non c’è via di scampo o forse piuttosto non osa ribellarsi.

Quella ragazzina dallo sguardo dolce e triste si chiama Marieluise Fleisser. La scrittura l’ha aiutata a sopravvivere nel suo mondo plumbeo fatto di rigore, ottusità e ipocrisia.

Qualcuno ha letto il testo teatrale Purgatorio ad Ingolstadt, titolo originale: Fegefeuer in Ingolstadt? Forse no, ma si può sempre rimediare. Non è di amenissima lettura, lo so, ma ha qualcosa di speciale e poi è così breve che non richiede un eccessivo impegno. All’epoca lessi il testo in lingua originale per motivi di studio, lo tradussi in italiano e successivamente ebbi modo di leggere una bella traduzione di Umberto Gandini. Oggi è possibile leggere questo testo nella traduzione di Teodoro Scamardi (non so se sarà facile reperirlo, io ne ho trovato traccia in rete), studioso che si è occupato più volte di Marieluise.

Di questo dramma, a distanza di vent’anni, ricordo ancora l’atmosfera opprimente e l’angosciante sensazione di non avere alternative. Non succede niente di veramente tragico in questa storia tedesca di primo Novecento. Il senso di oppressione nasce dalla verità del testo, una verità mai pronunciata, ma che si desume dall’insieme delle battute dei personaggi. Quello che più mi ha colpito di questa scrittura teatrale è il linguaggio che qui non svolge la sua funzione propria, vale a dire quella di comunicare, ma fa esattamente il contrario, cioè erige barriere invalicabili tra le persone, soffocando sul nascere ogni slancio generoso e ogni ideale. Questo linguaggio rivela a ogni passo che l’unico imperativo che l’individuo rispetta è dettato dal Rudelgesetz, cioè dalla legge del branco, che diventa assoluta anche se va in una direzione opposta agli interessi di chi vi si assoggetta.

E così succede che due persone, i giovani Olga e Roelle, per ragioni diverse ma entrambe inerenti alla sfera del pregiudizio, si trovano emarginate e addirittura messe al bando. Queste due persone potrebbero avvicinarsi, sostenersi e comprendersi meglio di chiunque altro, potrebbero manifestarsi una reciproca solidarietà. Invece, paradossalmente, si ritrovano l’una contro l’altra perché ciascuna di esse, in ossequio alla legge del branco, vede il suo “compagno di sventura” come un estraneo da allontanare e isolare. Questa ulteriore mancanza di pietà non è che un disperato tentativo di essere riconosciuti dal branco e di appartenervi, di essere accomunati al gruppo anche solo dal disprezzo verso una creatura fragile e indifesa al pari del proprio io.

Riuscite a immaginare qualcosa di più crudele?

Eppure vi assicuro che è proprio quello che succede nella nostra società a tutti i livelli. I libri dunque, anche quelli che potrebbero parere datati, possiedono la straordinaria capacità di farci conoscere noi stessi e quanto di profondamente radicato esiste nella natura dell’uomo. E naturalmente di farci riflettere.

E scusate se è poco?

 

P.S.: una precisazione per amore di verità: al giorno d’oggi, per fortuna, Ingolstadt è una bellissima città dell’accogliente Baviera, una città piena di fiori e di zone pedonali che rendono gradevolissima una passeggiata per le belle strade lastricate del centro.

venerdì, 25 aprile 2008

Addio Aimé

Se n'è andato Aimé Césaire, poeta martinicano e fervente uomo di lotta, che ha trasmesso al suo grande popolo l'amore per la proprie radici e l'orgoglio di appartenere alla "negritudine". Una luce si è spenta, ma le sue parole continueranno a illuminare le menti e ad ardere della pienezza del loro significato.

Nel mio piccolo, anch'io voglio rendergli un modesto omaggio e lo faccio traducendo una sua poesia.

La ruota

La ruota è la più bella scoperta dell'uomo e la sola

c'è il sole che gira

c'è la terra che gira

c'è il tuo viso che gira sull'asse del tuo collo quando

piangi

ma voi minuti non vi riavvolgerete sulla bobina a

vivere il sangue lappato

l'arte di soffrire affilata come monconi d'albero dai

coltelli dell'inverno

la cerva ubriaca dal non bere

che mi posa sull'orlo inatteso il tuo

viso di goletta disalberata

il tuo viso

come un villaggio addormentato sul fondo di un lago

e che rinasce al giorno dell'erba e dell'anno

germe.

giovedì, 10 aprile 2008

SOS - donna in mare!

Aiuto, ho tutti i sintomi di una strana sindrome, una sindrome da deriva. Il mare non c’entra niente. È tutta colpa della blogsfera. All’inizio sembrava tutto molto piacevole, tutto era una sorpresa, una scoperta, un blog qui che parlava di ricette (slurp! buono a sapersi), un blog là che ti apriva la mente a questioni di metafisica (non si sa mai che nella metafisica riesca a trovare le risposte alle domande della mia vita!) e così via di seguito… Salvo sul desktop, metto tra i preferiti, creo una cartella, linko questo, inserisco quello come amico, e così via discorrendo, per non rischiare di dimenticare nemmeno un granello di ciò che di bello vado incontrando sul mio cammino.

Poi, dopo il periodo di rodaggio, la tecnica si è affinata. Bastava, infatti, scovare un blog particolarmente interessante, pieno di cose utili, importanti, profonde, o più semplicemente in sintonia con i miei gusti e le mie personali inclinazioni, ed ecco che la scoperta mi spalancava un certo numero di porte su altrettanti blog a loro volta accuratamente selezionati, sulla base dei propri gusti e affinità, dal blogger interessante che avevo appena scoperto. Benissimo, altre strade da percorrere ragionevolmente sicure, altri post illuminanti, altri commenti che per la loro simpatia, efficacia, originalità… mi spalancavano altre porte su altrettanti nuovi blog.

La caccia era praticamente illimitata, il senso della scoperta, delle infinite possibilità, dell’annullamento dei vincoli spazio-temporali mi dava già la vertigine… finché ho capito che la vertigine non era solo un modo di dire, ma era qualcosa di “veramente vero davvero”.

Si, perché la natura diaristica di un blog esige una frequentazione regolare, pressoché quotidiana, implica una reciproca interazione che è vitale nello sviluppo di un blog, nel suo prendere forma e sostanza, influenzato com’è da chi legge e commenta.

Adesso mi trovo in questa situazione drammatica: ho collezionato decine e decine di splendidi blog, ognuno di loro mi dà qualcosa di diverso, di pratico, di poetico, di politico, di spiritoso, di intellettuale e via discorrendo. Ergo, è come avere riprodotto la vita con la sua multiforme consistenza, espungendo però le cose più moleste e fastidiose che la vita vera, ahimè, non ti risparmia, e gustando le cose che più ti piacciono e ti appassionano. Un mondo perfetto, allora?

Purtroppo la perfezione non esiste, fino a prova contraria.  E, infatti, questa presunta perfezione mi istiga continuamente alla consultazione compulsiva, che nulla può e vuole tralasciare, che tutto vuole leggere, assaporare e meditare.

E così il piacere della scoperta è diventato prima gusto dell’esplorazione, poi tecnica di sistematica perlustrazione, quindi smania catalogatoria e propulsione alla consultazione allucinatoria a tappeto, infine le mie sinapsi si sono organizzate in bande armate ed hanno rifiutato di seguirmi nella Grande Entropia ovvero nella Deriva dei Click.

Adesso che questo attacco bulimico si nutre di se stesso, urge una soluzione, ma non vedo vie d’uscita.

SOS.

 

 

postato da: giadanila alle ore 18:33 | link | commenti (7)
categorie: riflessioni, vita, internet, fughe
lunedì, 31 marzo 2008

Una rosa del mio giardino

rosa del mio giardino

Questa rosa è il mio pensiero per te che oggi non ci sei più.

Il tuo ricordo resterà per sempre nel cuore di chi ti ha conosciuta e amata, delicato e persistente come il profumo di questo fiore.

Sono felice di avere avuto una zia come te.

 

 

postato da: giadanila alle ore 19:57 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, ricordi, vita, tristezza, foto mie
giovedì, 27 marzo 2008

Maredinverno

maredinverno

 

Avevano ragione i romantici a percepire la natura tempestosa come un autentico specchio della propria anima.

Cosa c’è di meglio che passeggiare sulla sabbia umida resa compatta dalla forza altalenante delle onde salate per sentire centuplicate e come esaltate anche le sensazioni meno gradevoli che accompagnano la nostra vita quotidiana?

Il senso di abbandono, la finitezza, la malinconia, il male di vivere, lo spleen contemporaneo e ogni sorta di solitudine davanti a un mare così cupo e rimbombante sembrano diventare nuovi valori, sembrano perdere quel potenziale di distruttiva e logorante banalità per mutarsi in sentimenti quasi epici.

La grandezza di questi sentimenti è amplificata dagli echi indistinti di voci lontane anche secoli che giungono fino a noi con le vele della poesia, della letteratura e della pittura e riescono a distanza di tanto tempo a esprimere mirabilmente lo sgomento e la passione nello scoprire che l’anima può diventare una cosa sola con la natura inquieta.

Forse per questo amo David Caspar Friedrich.

sabato, 16 febbraio 2008

Oroscopi & C.

È sabato, fuori fa freddino. Mi attrezzo con una tazza di cioccolata bollente davanti al computer. Certe volte mi va di imbarbarirmi, così ho cominciato a girovagare a casaccio tra le bancarelle della rete. Un sito in particolare ha attirato la mia attenzione: metti qua la tua data di nascita, poi specifica l’ora, il fuso orario, il giorno del santo patrono e quello della prima vaccinazione, aggiungi le impronte digitali: ok, fatto! Adesso premi CALCOLA. Fatto anche questo. Ed ecco che sul monitor ti appare tutto quello che ti serve.

In cinque minuti mi sono controllata il carma, i bioritmi, l’ascendente, l’affinità zodiacale, le profezie astrali, l’oroscopo Maya, quello giornaliero, quello settimanale, il numero di nascita e quello del conto corrente.

Che dire? Uno splendore… ho tutti i bioritmi in fase di gran decollo e un carma degno di Alessandro Magno, il mio ascendente potenzia al quadrato il mio segno zodiacale, che già di suo è baciato dal Sole e dalla fortuna, ho un’affinità di coppia pazzesca che fa presagire l’inizio di un sogno infinito, e tutte (dico tutte) le previsioni astrali, siano esse giornaliere, settimanali, annuali, eterne, decantano con malcelata invidia il denaro, la fortuna, le opportunità di lavoro, la capacità di seduzione, i vantaggi, l’amore, gli affetti, ecc. ecc., a cui sono destinata per nascita.

Allora qualcuno per favore può spiegarmi perché oggi ho avuto una giornata di m****?

Grazie.

postato da: giadanila alle ore 17:39 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, riflessioni, vita, elucubrazioni, magia, umorismo
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